Amatrice, altro colpo tremendo Una corsa contro il tempo per estrarre le persone vive

Boato spaventoso alle 14.36, una scossa di magnitudo 4.3 fa ripiombare il paese nel terrore Palazzetto dello sport evacuato, era il deposito per beni di prima necessità e altri materiali
INVIATE AD AMATRICE. Quello che nell'area del “cratere” è miracolosamente rimasto in piedi dopo il disastroso terremoto di martedì crolla con un boato spaventoso alle 14.36 di ieri, quando una scossa di magnitudo 4.3 fa rivivere agli sfollati l’incubo della notte più buia. Ad Amatrice un fragore di pietre e cemento, sollevando una nuvola di polvere che soffoca, lo scheletro già piegato dell’istituto scolastico Romolo Capranica, ristrutturato nel 2012 con criteri antisismici e sbriciolato dal sisma che alle 3.36 di tre giorni fa ha trasformato il paese in una zona di guerra.
All’interno dell’area rossa, nel centro storico off limits, mentre i soccorritori sono al lavoro alla ricerca dei sotterrati, vengono giù muri, tetti, pareti. Uno degli uomini impegnati nelle ricerche resta ferito. Nello spazio verde attorno al Coc, il centro operativo comunale allestito in un modulo prefabbricato, dove stazionano e si muovono centinaia di persone, scoppia il panico. La terra trema, un movimento luogo e violento: chi è sopravvissuto alla distruzione delle case urla, si getta a terra, cercando riparo, anche se nello spazio vuoto è al sicuro. Chi ha scavato tra i detriti, sporco e stanco, resta immobile in attesa che tutto finisca. E la fine arriva con un rumore di disastro: le parti ancora in piedi della scuola si staccano e precipitano al suolo nel parcheggio dove sono allineati i mezzi della protezione civile. Un pulviscolo spesso si solleva come una nebbia, invade le narici, tutti osservano le macerie sperando che nessuno sia stato investito.
Decine di uomini del Soccorso alpino formano un cordone per impedire ai giornalisti di entrare o di guardare all’interno. Un centinaio di metri più in là il Palazzetto dello sport, utilizzato come deposito di beni di prima necessità e di materiali, viene evacuato per verificarne la stabilità. L’istituto Alberghiero, che si trova alle spalle della scuola e che in questi giorni ha ospitato i corpi delle vittime, già lesionato dalla prima scossa, viene controllato e dichiarato inagibile. Più a valle, nelle frazioni distrutte, i nuovi crolli invadono la strada, l’unica che in uno scenario di devastazione irreale conduce ad Amatrice, e la via già incerta e insicura per chi la percorre, viene chiusa temporaneamente, in attesa che le nuove macerie vengano rimosse. Il traffico viene deviato in direzione di Capotosto, verso L’Aquila, costringendo a interminabili deviazioni. «Le strade non sono in sicurezza, anche se sono percorribili restano pericolose - dice il presidente della Provincia di Rieti Giuseppe Rinaldi - Domani (oggi, ndr) alle 8,30 ci sarà un sopralluogo con il genio militare per individuare i punti esatti dove sono necessari interventi». Il timore è che crolli anche il ponte Rosa di Retrosi, che aveva già bisogno di essere consolidato prima della scossa e che ora, con il passaggio dei mezzi pesanti dei soccorsi, è a rischio.
Dopo le due forti scosse registrate nella notte, una delle quali di magnitudo 4.5, lo sciame non sia arresta, rendendo sempre più difficili gli interventi: alle 16 di ieri, secondo l’Istituto nazionale di geofisica, sono 640 gli episodi sismici. Il bilancio delle vittime, già terribile, si aggrava. I morti sono 250: di questi, 193 solo ad Amatrice. Nei centri colpiti nel Reatino le vittime sono 204, mentre nei paesi delle Marche il conteggio arriva a 46 nomi, mentre si continua ancora a scavare. Come a Pescara del Tronto dove, nel pomeriggio di ieri, i vigili del fuoco rimuovono le macerie di un muro per estrarre un corpo. O come allo storico hotel Roma dove, recuperato il registro della reception, viene accertata la presenza di 32 persone (e non 70-80 come si pensava inizialmente), almeno la metà delle quali sarebbero in salvo. Quattro corpi sono già stati estratti.
Ma chi, soprattutto nelle prime ore della tragedia, è riuscito a salvare una vita, almeno una, a ricordarlo ha le lacrime agli occhi. «È un’emozione che ti ripaga delle fatiche di anni, delle litigate con la moglie perché non stai mai a casa» dice Filippo Rossi, 43 anni, di Perugia, speleologo del Soccorso alpino, che nella zona del sisma sta operando con 26 squadre, circa 250 persone. «Io, che sono alla mia prima esperienza di terremoto nonostante vent’anni di esperienza speleologica, questa emozione l’ho provata ad Accumoli, dove siamo arrivati poche ore dopo la prima scossa. C’era un uomo sepolto sotto i resti di una casa, i familiari avevano segnalato la sua presenza. Era una situazione molto pericolosa, tutto il frontale e metà delle pareti erano venuti giù». L'uomo era un signore di circa 60 anni, originario dei Castelli romani. «Ha avuto fortuna - racconta Mauro Guiducci, presidente del Soccorso alpino dell’Umbria - perché dormiva in un letto matrimoniale fatto di due reti e di due materassi singoli. Quando l’edificio è imploso, lui è precipitato per due piani, ma i due letti si sono richiusi sopra di lui come un sandwich, e l’hanno protetto». «Ma era completamente incastrato sotto i detriti, muoveva solo le dita dei mani e dei piedi - prosegue Rossi - mentre lavoravamo per estrarlo, lui scherzava. Ci ha detto: guardate che io sono di Frascati, lì c’è il vino buono. Dovete venire a berlo… Quando l’abbiamo tirato su non aveva un graffio. Ci sono volute ore, mentre sei lì pensi solo a tirarlo fuori velocemente, senza danneggiarlo. Certo, è pericoloso. Ma se hai paura non lo fai». Anche Massimiliano Re è speleologo del soccorso alpino, ma per lui le operazioni di soccorso sono state prive di gioia. Ha appena finito il suo turno, è coperto di polvere e si sta riposando sotto un albero. Da quando è arrivato ad Amatrice ha partecipato a tre operazioni, ha scavato tra le macerie, ma fino ad ora ha estratto solo cadaveri. Nella notte di mercoledì ha recuperato il corpo di una donna rimasta intrappolata in camera da letto. L’operazione è andata avanti per ore. «All’inizio speravamo fosse ancora viva, poi man mano che scavavamo, le speranze sono diminuite». Il braccio della donna era incastrato, per estrarre il corpo i soccorritori hanno dovuto tagliare il materasso, togliere la trave che bloccava il letto e sollevarlo. «Ci hanno detto che era una ragazza, ma dal viso non si capiva». Massimiliano abbassa lo sguardo mentre ricorda quei momenti. «Quando tiri fuori una persona morta sotto le macerie ti senti affranto, è difficile, ma va fatto, man mano che scavavo vedevo gli effetti personali della donna, gli oggetti di tutti i giorni. Ti rendi conto che c’è una vita intera e capisci che dare la possibilità di essere sepolto e ricordato è fondamentale».
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