Amedeo, ultimo reduce che evitò di morire nella guerra in Russia

13 Marzo 2022

Dolore e orrori del ’43, deve la vita a un capitano di Lanciano  «Oggi rivedo lacrime, morti e profughi. Il passato è tornato» 

FRISA. «Di ciò che ho vissuto non ho dimenticato nulla». Le dita nodose e affusolate di Amedeo si stringono quasi in un atteggiamento di preghiera. Dai suoi occhi emergono immagini del passato. Ha compiuto 100 anni Amedeo Colanero, che chiamano l’ultimo reduce del fronte greco-albanese. Nella sua casa a Guastameroli di Frisa c’è un angolo della memoria: foto, croce di guerra, medaglia al valor militare e attestati.
«Questa casa e tutta la mia numerosa famiglia ci sono per puro caso: grazie a un ufficiale di Lanciano», inizia il racconto del reduce che evitò la morte in Russia. «Da Chieti, dopo un breve addestramento a Palena, siamo partiti per il fronte greco-albanese. Un giorno ci hanno detto di prepararci perché dovevamo cambiare destinazione». Ma la vita è anche fatta di incontri al posto e al momento giusto.
«Mi si avvicina un capitano, “Da dove vieni?”, mi chiede. Dall’Abruzzo, da Guastameroli, gli dico. “Lo sai dove siete stati destinati?” Fronte russo», rispondo. “Io sono di Lanciano”. Il capitano mi guarda in silenzio e infine dice “Vai a dormire, domani vediamo”. Il giorno dopo», continua Colanero, «quel capitano dice a un collega che io ho la febbre. E non salgo più su quel treno per la Russia. Oggi ripenso ancora ai miei commilitoni di Lanciano, Fossacesia, Torino di Sangro che sono morti nella carneficina del fronte russo, durante la disfatta e la ritirata».
Evitò la morte per un caso, il soldato Amedeo, trasferito in Africa settentrionale, nella 62ª divisione fanteria "Marmarica", annientata in battaglia. Ma lui si salva ancora e dalla Cirenaica finisce a Cagliari. La guerra è distruzione e orrore, sempre e ovunque. La guerra non si dimentica neppure se vivi un secolo come Amedeo Colanero che pensa al presente: all’Ucraina e alla Russia, alla storia che si ripete e alle immagini si sovrappongono.
«Il 13 maggio del ’43 gli alleati bombardarono pesantemente Cagliari. Ci furono centinaia di vittime. Ho visto corpi senza testa, pezzi di carne attaccati ai muri, arti strappati». I suoi occhi si abbassano, mentre si passa una mano sulla bocca. Quel ricordo è ancora straziante ma il racconto continua: «Anche quella volta mi sono salvato. Ci trasferirono sull’isola della Maddalena. Ero in una postazione di quattro soldati, dovevamo proteggere il porto. Uno di noi era un ragazzo sardo, di un paese lì vicino. E ogni sabato suo padre pastore ci faceva arrivare quattro porzioni d’agnello cotto. Per noi era una festa. Finché un giorno un colpo di mortaio prese in pieno quel ragazzo, riuscimmo a recuperare solo la sua piastrina di riconoscimento».
Come fai a dimenticare? Anche a cent’anni è impossibile. «Andammo a casa sua. La madre ci vide arrivare e iniziò a piangere. “Mio figlio, voglio mio figlio e non questo pezzo di latta”, urlava. Le diedi la piastrina e lei la posò accanto alla foto del suo ragazzo. Poi non parlò più».
Oggi, parola dopo parola, la memoria riaffiora. Di quel periodo buio Amedeo ricorda anche Caprera dove si ritrovò a fare il picchetto alla tomba di Garibaldi. «Alla fine della guerra arrivai a Napoli, il porto era ridotto in macerie. Poi in treno fino a Foggia, anch’essa rasa al suolo», continua Colanero.
Sì, Foggia bombardata dagli alleati tra la fine di maggio e metà settembre del 1943, le vittime furono 20mila. Sembrava un viaggio senza fine, tra le macerie, l’orrore e il dolore. Quello che ora rivedi a Kiev e nelle altre città ucraine martoriate dalle bombe.
«Era il 1946 quando finalmente arrivai a Fossacesia e poi a casa, a Guastameroli. Amici e parenti mi abbracciarono senza sapere del mio dolore. Avevo visto morti e sofferenza, ero stanco, anche nel mio paese c’erano solo macerie. Mio padre era morto e la mia casa non esisteva più. Era difficile andare avanti senza nulla da mangiare. Mia madre zappava la terra, tutto il giorno, per continuare a vivere con sei figli».
Ma Amedeo non si è mai arreso. Ha fatto l’agricoltore, il meccanico di mezzi agricoli, ha lavorato alla metanizzazione di Lanciano ed è stato guardiano notturno alla esplodenti Sabino. Una vita dedicata alla la famiglia, vissuta con decoro e onore. Oggi gli sono accanto la moglie Mariannina Tarquini, i figli Maria Teresa, Felice, Enza e Paola, nove nipoti e cinque pronipoti. «Papà», dice Enza, «è sveglio e curioso. Tutti i giorni guarda alla televisione i dvd sulla sua guerra, è attratto dalla battaglia del Sangro, e poi si aggiorna su quanto sta accadendo in Ucraina».
Alla festa dei 100 anni il sindaco di Frisa, Nicola Labbrozzi, nel discorso di saluto, ha rimarcato che l’ultimo reduce è un abruzzese esemplare, dotato di una grande umanità e di generosità. Che Amedeo mostra prima di salutarci recitando a memoria una poesia: « Da strade mai percorse a me sconosciute son tornato vivo. Ritorno tra gente amica che non sa delle piaghe dell'anima, che ti abbraccia e non sa del tuo dolore, delle tue pene, non sa che cinque anni d'inferno ti svuotano anche dei sensi e che tu vivi di ricordi. E in questi giorni, quando vedo le immagini della guerra, penso che chi comanda non ha ancora capito niente. Le lacrime dei bambini, la gente che fugge, le mamme che piangono i figli morti: mi sembra di rivivere il mio passato».