Anpi ricorda Petronio, il martire di Corvara

Il giovane, 23 anni, fu ucciso dai tedeschi l’11 dicembre del 1943 perché aiutava i prigionieri alleati
CORVARA. La sezione dell’Anpi di Pescara (Associazione nazionale partigiani) intitolata a Ettore Troilo, ricorda a 74 anni dalla morte la figura di Giuseppe Petronio, il “martire di Corvara”, ucciso perché aiutava i prigionieri alleati.
«Corvara», si legge nel ricordo dell’Anpi, «è un piccolo borgo medievale con meno di 300 abitanti, posto su uno contrafforte roccioso alle pendici del monte Aquileio, a 672 metri di altitudine, in prossimità di Forca di Penne. Non si trattava, dunque, di un luogo posto nei pressi delle rotabili più importanti per il sistema viario abruzzese né un luogo particolarmente vicino al fronte: ma tutto ciò non fu sufficiente per impedire che la mano nazista arrivasse ad uccidere anche lì, l’11 dicembre 1943, in un sabato pomeriggio. Giuseppe Petronio, 23enne di Corvara, fu sorpreso nella sua abitazione in compagnia di alcuni ex prigionieri di guerra: tentò la fuga, ma fu raggiunto da due colpi di arma da fuoco, decedendo poco dopo. Sono le sole notizie rilevabili, peraltro, dalla documentazione dell’Aussme (Archivio dell’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito), poiché nulla è stato rintracciato negli archivi locali: ma si tratta di notizie sufficienti per collegare la sua morte ad un fenomeno assai diffuso nella regione, quello dell’aiuto ai prigionieri alleati fuggiaschi. Corvara si venne a trovare lungo uno dei percorsi di fuga battuti dagli ex prigionieri di guerra, che, sotto la guida di persone del luogo, tentavano di raggiungere il fronte per poter rientrare nei ranghi dei loro eserciti. Nello specifico, la linea su cui insisteva Corvara e che, in definitiva, si rivelò fatale per Giuseppe Petronio, era quella che toccava Villa Santa Lucia, Forca di Penne, lo stesso territorio di Corvara e raggiungeva Caramanico, da cui era possibile raggiungere, attraverso il valico di Monte Cavallo, Fara San Martino. Questa attività assai diffusa in Abruzzo è stata recentemente classificata come “Resistenza umanitaria”: al di là delle definizioni, si tratta di una coraggiosa e precisa scelta di campo di una moltitudine di donne e uomini abruzzesi che traccia un solco profondo tra coloro che si spesero per un mondo diverso e migliore e coloro che vollero far parte, con i loro comportamenti collaborativi, del disegno criminale nazifascista che aveva condotto il mondo intero in quella guerra».

