Anticamera per l’Oscar Lido promosso negli Usa

La tradizione delle statuette potrebbe continuare con il musical “La la Land” Liberation invece boccia la Mostra, ma i numeri consolano gli organizzatori
VENEZIA. In barba a Cannes, alla faccia di Berlino, e guardando oltre Toronto, la 73a Mostra internazionale d’arte cinematografica veleggia nelle acque confortanti dei numeri, forte del nuovo cubo rosso, di un’alta concentrazione di divi e anche di una solidarietà verso le popolazioni terremotate che ha fatto raccogliere 130 mila euro in pochi giorni. Al volger del settimo giorno il presidente della Biennale Paolo Baratta e il direttore Alberto Barbera tracciano un bilancio provvisorio ma che ha già qualcosa di definitivo.
Sono certi i numeri: 510 le proiezioni di cui 270 per il pubblico, 7.700 accreditati di cui 3 mila giornalisti (2 mila italiani e mille stranieri), 1.200 tessere Industry, biglietti in aumento del 13 per cento rispetto all’anno scorso (che in totale furono 50 mila) e del 30 per cento rispetto a due anni fa, 450 le domande pervenute per Biennale College provenienti da 70 Paesi e il successo di “Bridge”.
È certa anche l’eco lusinghiera che arriva da oltreoceano e che individua nel festival di Venezia il serbatoio per gli Oscar, come intitola l’Hollywood Reporter, ricordando che tre film vincitori della statuetta d’oro - “Birdman”, “Gravity e “Il caso Spotlight” - erano passati per la Sala Grande, e che anche l’opera d’apertura “La la Land” ha i titoli per unirsi alla festa. Non solo. Il musical di Damien Chazelle, secondo un primo toto-premi, sarebbe papabile a un Leone, così come “Nocturnal animals” di Tom Ford, seguiti dall’argentino “El ciudadano ilustre” di Mariano Cohn e Gaston Duprat e da “Arrival” di Denis Villeneuve.
Nell’attesa, il francese Libération invece parte sostenendo che i film passati al Lido nascondono la loro modestia dietro una sequela di scene truculente. «Durante il festival non leggo Libération» spegne il direttore Barbera che tuttavia non può sottrarsi all’esame di coscienza sui film italiani in concorso, “Spira Mirabilis”, “Piuma” e, domani, “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni.
«Se non fossi convinto delle mie scelte, sarei schizofrenico» dice «Io faccio il selezionatore e i critici fanno i critici. Non mi devo giustificare. Qualcuno dice che “Piuma” non era da concorso? Ma questa è la norma, non l’eccezione. E comunque, nel contesto difficile che tutti conosciamo, e cioè in assenza temporanea di grandi autori o perché non potevano o perché non avevano finito il film, tra i 126 italiani arrivati abbiamo cercato di testimoniare l’esistenza di una vitalità del nostro cinema».
Di certissimo c’è il trionfo della Sala Giardino che, con il suo “effetto moltiplicatore”, ha la coda fuori dalle nove del mattino ed è un altro passo verso la remise en forme dell’intera cittadella del cinema: «Con 5.800 posti, siamo all’altezza degli altri festival e sappiamo guardare anche al di sopra dei loro cappelli». Però ancora non basta. «Fare un festival con un solo grande albergo è un esercizio ginnico giapponese» , chiude Baratta.
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