Antonio, primo giornalista martire

6 Marzo 2022

Svelò le torture dei russi sul popolo ceceno, ma nel Duemila fu ucciso senza pietà

L'ultima immagine lo ritrae avvolto nell'abbraccio spontaneo dei bambini ceceni, vittime innocenti di un conflitto non cercato e non voluto.
Antonio Russo, abruzzese di Francavilla al mare, è il primo giornalista ucciso in circostanze misteriose a soli 40 anni per aver scoperto le torture inflitte dai russi al popolo ceceno. Era il 16 ottobre 2000 quando il suo corpo venne ritrovato, con evidenti segni di tortura, ai bordi di una stradina di campagna a 25 chilometri da Tbilisi, in Georgia, dove si trovava come inviato di Radio Radicale per documentare il conflitto in atto.
«La sua vera cifra era la generosità, che esercitava sul piano professionale e umano». Così lo ricorda Alessio Falconio, anch’egli abruzzese e direttore di Radio Radicale, «è stato un grande reporter. Non un giornalista radicale, ma un radicale giornalista. Mai asettico. Conosceva bene i pericoli che correva, ma voleva raccontare al mondo le atrocità della guerra».
BAVAGLIO ALL'INFORMAZIONE. Antonio Russo, nipote del compianto Marcello Russo, esperto legislatore, giurista, presidente del Consiglio regionale dal 1970 al '75 e padre fondatore dello Statuto abruzzese, è un emblema di quella libertà di stampa negata dal regime russo, con un bavaglio all'informazione che oggi si traduce nella condanna a 15 anni di carcere per i giornalisti che utilizzeranno il termine "invasione" in riferimento all'attacco all'Ucraina. Tanto da indurre la Bbc a ritirare i suoi inviati dalla Russia.
«Antonio era un nostro corrispondente dai territori di guerra, nelle zone dimenticate», ricorda Falconio, «è diventato noto quando, nell'aprile 1999, fu l'unico giornalista occidentale a rimanere durante i bombardamenti Nato a Pristina, capoluogo del Kosovo, asserragliata dalle truppe serbe, per documentare la pulizia etnica contro gli albanesi kosovari. In quell'occasione se ne persero le tracce per 24 ore: durante i rastrellamenti era stato preso e deportato con un convoglio diretto in Macedonia. Si salvò perché non fu riconosciuto, confondendosi tra i kosovari».
LA MORTE MISTERIOSA. Una voce scomoda per il regime russo. «La sua caratteristica», afferma il direttore di Radio Radicale, «era di vivere per mesi nei territori di guerra che raccontava all'Italia e al mondo». Ne assorbiva il clima, condivideva le speranze e le paure della popolazione.
«Poco tempo dopo quell'episodio in Kosovo si trasferì in Georgia, spingendosi fino al confine con la Cecenia, dove era in atto il conflitto tra russi e ribelli ceceni», ricorda Falconio, «prima della sua morte aveva denunciato pubblicamente, in un congresso dei Verdi, di essere in possesso delle prove dell'utilizzo di armi non convenzionali da parte dei Russi. Questo, con molta probabilità, ha decretato la sua fine». Perquisita dalla polizia georgiana, la sua abitazione fu ritrovata a soqquadro. Spariti il telefono satellitare, il computer, la videocamera, e tutto il materiale raccolto sugli eccidi in Cecenia. Nessuna traccia della videocassetta contenente torture e violenze dei reparti militari russi ai danni della popolazione cecena.
Le indagini della procura di Roma e della polizia locale non portarono a risultati evidenti, ma l'omicidio di Russo fu collegato alla sue inchieste. Il giornalista abruzzese aveva pagato con la vita le scoperte fatte. «Sul suo corpo», racconta Falconio, «segni di tortura, come fosse stato schiacciato da una piastra: gli organi interni erano lesionati, anche se all'apparenza non presentava ferite evidenti».
LIBERTÀ NEGATA. Russo come Anna Politkovskaja, la giornalista russa trovata senza vita nell'ascensore del suo palazzo, a Mosca, il 7 ottobre 2006. Non di certo vicina al regime. La polizia rinvenne, accanto al cadavere, una pistola Makarov con quattro bossoli: uno dei proiettili l'aveva raggiunta alla testa ferendola a morte.
«Le condizioni dei giornalisti russi non le scopriamo adesso», dice Falconio, «il prezzo che si paga per la libertà di informazione lì è molto alto. Basti pensare che Marco Pannella fu l'unico politico occidentale ad andare ai funerali della Politkovskaja. La libertà di informazione è limitata in Russia, per usare un eufemismo, ma non vedo discontinuità tra gli ultimi 21 anni di regime putiniano e questa fase. Solo che ce ne accorgiamo adesso perché l'Ucraina è un pezzo di Europa».
In Ucraina infatti è esploso un conflitto simile a quello ceceno documentato da Antonio Russo, sempre con il cuore. Lui, che viveva nelle città bombardate, con gli aggrediti, dalla parte di chi subiva, testimoniando prima con gli occhi, poi con la penna, soprusi e uccisioni. «Un uomo dalla grande generosità», ricorda il suo direttore, «coltivava un rapporto particolare con le giovani generazioni dei territori occupati e invasi, ben consapevole della fortuna o sfortuna, per le prospettive di vita, di nascere in un angolo della terra, piuttosto che in un altro».
Un giornalista coraggioso, come da tempra tipica abruzzese, ma pienamente consapevole dei rischi di una missione che era professione e solidarietà insieme. In zone di guerra dove la vita umana vale un po' di meno, come raccontava nei reportage dalla Cecenia. Con lo stesso trasporto avrebbe parlato, oggi, del conflitto in Ucraina. Senza filtri, senza censure.