Appalti pilotati, spuntano i servizi segreti

Con l’audizione dei testi della pubblica accusa entra nel vivo il processo sulle tangenti per i lavori del post-terremoto
PESCARA. «Spesso faceva riferimento agli uomini dei servizi segreti con i quali diceva di raccordarsi: non so e non credo che fosse iscritto alla massoneria perché con me non ne ha mai parlato». Sono le battute iniziali del primo teste chiamato dalla pubblica accusa rappresentata dal procuratore aggiunto Anna Rita Mantini, nel processo di ieri sui presunti appalti pilotati per la ricostruzione post-terremoto a Bussi e Bugnara, che conta 15 imputati e che ieri è entrato nel vivo.
Un passaggio significativo per far comprendere quale potrebbe essere lo scenario che si celava dietro le vicende di cui si stanno occupando i giudici pescaresi: servizi e massoneria, entrambi citati dal pubblico ministero nel corso della deposizione del testimone che con le sue affermazioni si riferiva a uno dei principali imputati, l’ex colonnello dell’esercito Giampiero Piccotti, da ieri però fuori del processo per motivi di salute certificati dalla consulenza del medico legale Ildo Polidoro, nominato dal tribunale.
Gianluca Bongini, il primo teste ascoltato, è un commercialista umbro che seguì la formazione e i primi passi del consorzio Ges.Com («una scatola messa lì per acquisire commesse», l’ha definita il teste) che Piccotti aveva fatto nascere per veicolare, secondo l’accusa, gli appalti alle ditte che aderivano al consorzio, dietro pagamento del 20% dei lavori loro assegnati: appalti che il Consorzio si sarebbe aggiudicato attraverso l’ex responsabile dell’ufficio per la ricostruzione numero 5 di Bussi, Angelo Melchiorre, che per l’accusa sarebbe stato destinatario di tangenti. «Lo scopo della Ges.Com», ha proseguito, «era di far entrare altre aziende, anche romane per acquisire commesse per la ricostruzione». Il teste riferisce di una riunione a Roma nel periodo natalizio del 2013 nello studio di un avvocato, a cui parteciparono diversi imprenditori e anche Melchiorre ed Emilio Di Carlo, non si capisce a quale titolo, ma chiamati da Piccotti.
«Il fine», ha detto Bongini, «era anche quello di definire i rapporti con gli enti, come i Comuni, per l’acquisizione delle commesse». Il teste parla anche di una scrittura privata «che Piccotti mi chiese di predisporre: una società di consulenza a nome della figlia di Melchiorre. Era una forma mascherata di una retribuzione, accordi presi tra Piccotti e Melchiorre, che prevedeva in favore di questa società il pagamento del 5% dei lavori».
Poi sul banco dei testimoni è arrivato il pezzo forte dell’accusa: l’imprenditore umbro Alberto Cirimbilli (uscito dal processo con un patteggiamento), che confessò il pagamento di una tangente da 10 mila euro, pagata in due tranche a Melchiorre. Cirimbilli parla anche dell’altro imputato di spicco, Stefano Roscini, affermando di essere stato contattato da lui per entrare nel Consorzio: il teste avrebbe dovuto prendere un appalto da circa 2 milioni di euro per la scuola di Bugnara e subappaltare tutti gli impianti allo stesso Roscini.
«Mi disse che aveva dei pubblici ufficiali che bisognava pagare altrimenti i lavori non sarebbero mai arrivati. La prima tranche di 5 mila euro la consegnai nel corso di un pranzo dove c’erano Roscini, Melchiorre e un certo D’Angelo (che l’inchiesta appurò trattarsi di Antonio Ciccarini che si sarebbe spacciato per un tecnico in grado di orientare l’appalto ndr) cui consegnai i soldi».
Cirimbilli non ottenne l’appalto e perse i soldi consegnati come tangenti. Altro teste dell’accusa è stato Giorgio Farina. «Nel 2016 mi chiamò Melchiorre», ha detto ai giudici, «e mi chiese di bonificare il suo ufficio: temeva di stare sotto controllo. Lo feci gratis».
La prossima udienza è stata fissata a giovedì 30 maggio: sarà dedicata alla deposizione di Michele Brunozzi, l'investigatore dei carabinieri forestali di Pescara che seguì da vicino le indagini.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

