Appello di una mamma disperata: salvate mia figlia dagli spacciatori

14 Novembre 2020

PESCARA. Una figlia tossica e con disturbi bipolari che non rientra più a casa da mesi e che considera la famiglia «i suoi nemici». Una madre «angosciata, distrutta, addolorata, impotente» che cerca...

PESCARA. Una figlia tossica e con disturbi bipolari che non rientra più a casa da mesi e che considera la famiglia «i suoi nemici». Una madre «angosciata, distrutta, addolorata, impotente» che cerca disperatamente di aiutare questa figlia di 46 anni, ex imprenditrice di successo, che ormai «pesa 30 kg e frequenta solo gli spacciatori del nostro rione».
Arriva da Rancitelli questa storia che scarnifica il cuore e che coinvolge una famiglia perbene che si è rivolta al Centro per denunciare «i drammi di tante persone che vivono le stesse tragedie». Padri e madri di malati psichiatrici che rimbalzano da una struttura all'altra, Serd, Dipartimento di salute mentale, centri di recupero per le tossicodipendenze, senza trovare la strada per liberare i loro cari dai demoni che si portano dentro. Marisa (il nome è di fantasia, la signora ha richiesto l'anonimato), non ce la fa più. E' terrorizzata al pensiero che la figlia possa morire. Per questo ha preso carta e penna ha scritto a mano una lettera accorata indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al ministro della Salute Roberto Speranza, a papa Francesco, per chiedere di rivedere la legge Basaglia e imporre l'istituzione di strutture abilitate a trattamenti sanitari obbligatori. «Caro presidente Mattarella», scrive Marisa, maestra in pensione, che porta avanti la crociata insieme al marito e l'altra figlia, «sono una mamma fortemente provata dalle gravissime condizioni di salute in cui versa mia figlia affetta da disturbo bipolare e grave fragilità psicofisica, caduta in un giro di spacciatori e delinquenti che orbitano nel quartiere. Tanti i tentativi di soccorrerla e proteggerla, ma invano. Mi sono rivolta al Serd, al Cim, al reparto di Psichiatria nord, ma inutilmente. Mia figlia è sempre stata rilasciata, i medici dicono che è in buono stato di salute e che non possono forzarla alle cure se non vuole». Si interroga Marisa, come sia possibile che «una persona che è sotto l'effetto delle sostanze stupefacenti, per di più con la sua patologia attestata da 2 psichiatri e 2 psicologi, possa farsi volontariamente curare». L'insegnante spiega di aver consultato la legge Basaglia, 13 maggio 1978, che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio con l'istituzione dei servizi di Igiene mentale pubblici. «Che fine ha fatto questa legge?»», si chiede l'ex insegnante, «nata col nobile scopo di restituire cure adeguate, dignità e rispetto alle persone colpite da tali, terribili, patologie. Quali sono le alternative che funzionano? Le strutture a cui ci siamo rivolti fanno appello a leggi in vigore e parlano di privacy, volontà e libertà», termini incomprensibili a una persona «come mia figlia non in grado di capire in quale baratro è caduta» né di «decidere volontariamente di curarsi».
Cinzia Cordesco