Applicato il primo giubbino salvavita che blocca l’aritmia

17 Marzo 2016

Il defibrillatore che si indossa scelto dallo staff di Paloscia per un 64enne di Guardiagrele colpito da un infarto

PESCARA. «È come la ruota di scorta per un’auto, il salvagente di salvataggio su una nave o un ombrello che ci si porta dietro anche se non piove, da aprire all’occorrenza». Leonardo Paloscia, direttore dell’Unità Coronarica e Cardiologia interventistica dell’ospedale di Pescara, descrive così il «giubbino salvavita» applicato martedì a un uomo di Guardiagrele che oggi compie 64 anni e nei giorni scorsi è arrivato in città per un infarto.

Tecnicamente il “giubbino” si chiama “Life Vest Wdc”, che sta per Wearable Cardioverter Defibrillator, ed è un defibrillatore indossabile con funzione salvavita. Quindi, dopo l’intervento per riaprire la coronaria, eseguito con successo, il paziente si è visto applicare il “giubbino” il cui «defibrillatore entrerà in funzione se dovesse insorgere una grave aritmia. All’occorrenza erogherà uno choc elettrico, uno choc salvavita nel vero senso del termine», spiega sempre Paloscia. Il 64enne è il primo in Abruzzo a “indossare” questo dispositivo, arrivato a Pescara «grazie a Tiziana Petrella, direttore Approvvigionamento beni e servizi, che ha accolto subito la richiesta di affittare il giubbino, lanciata dallo staff dell’Unità coronarica».

Generalmente, a seguito di un infarto che ha provocato danni importanti, si attendono 30-60 giorni per valutare se il muscolo cardiaco recupera o meno parte della sua funzione: se ciò non dovesse avvenire, si impianta il defibrillatore sottocutaneo. Nel caso del 64enne, in attesa che trascorrano i due mesi, «abbiamo fatto arrivare un defibrillatore indossabile. Passati i primi 30 giorni il paziente sarà sottoposto a una prima valutazione per poi proseguire eventualmente per altri 30 giorni». Al termine del percorso si stabilirà come procedere, e quindi se impiantare o meno il defibrillatore sottocutaneo ma nel frattempo, se dovessero presentarsi problemi improvvisi, il “giubbino” eviterà la morte dell’uomo.

«Il nostro augurio è che il paziente possa recuperare, ma intanto abbiamo voluto prevenire il rischio di morte improvvisa. Noi siamo contentissimi di ciò che abbiamo fatto e anche lui è felicissimo, avendo capito il pericolo che ha corso», conclude Paloscia. Non aggiunge altro, perché «abbiamo fatto ciò che si doveva» e d’altronde in questo reparto si ragiona costantemente nell’ottica del cosa fare per salvare vite a rischio. Ora si lavora su un altro obiettivo importante, con i primi quattro casi di angioplastica coronarica che saranno eseguiti oggi con l’ausilio della tecnologia laser. A fianco a Paloscia, nello staff, Marco Mascellanti, Domenico Di Clemente, Vittorio Vitullo, Massimo Di Marco, Daniele Forlani, Alberto D’Alleva, Tullio Agricola, Silvia Campobassi, Giuseppe e Tommaso Civitarese. Sono loro ad occuparsi di 1.700 pazienti l’anno, con 1.650 coronografie, circa 800 angioplastiche, 120 defibrillatori e 250 pacemaker impiantati. E appena 16 posti letto, con la sala operatoria aperta 24 ore su 24.

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