«Area risulta, piano senza cultura e divertimento»

Si accende il dibattito sulla riqualificazione degli 11 ettari a ridosso della stazione Sono cominciati i 45 giorni per le osservazioni al progetto della giunta
PESCARA. Fiumi di proposte diluiti in anni di liti e ripicche politiche, tra protocolli d’intesa, studi e consulenze private, naufragate insieme alle amministrazioni di turno che a ogni tornata elettorale ne hanno fatto un punto imprescindibile delle proprie campagne. È da più di vent’anni che la città e i pescaresi sentono parlare del futuro loro e delle aree di risulta. Da quando, erano i primi anni Novanta, quegli 11 ettari tra la stazione e corso Umberto di proprietà delle Ferrovie furono acquisiti dall’allora sindaco Carlo Pace.
Adesso c’è un nuovo progetto di riqualificazione. La giunta Alessandrini ha approvato il preliminare uscito dagli uffici tecnici comunali sulla base delle indicazioni fornite dalla cabina di regia coordinata dall’assessore all’Urbanistica Stefano Civitarese. Un progetto che con un investimento di 52 milioni, di cui 40 privati e 12 di fondi pubblici del Masterplan, propone di realizzare in 36 mesi un’enorme area verde suddivisa in un parco con giardini tematici, parcheggi interrati e silos (2 mila posti in tutto), un terminal bus e due edifici collocati a nord e a sud dell’ex stazione centrale. La Regione l’ha pubblicato sul suo sito per le osservazioni da presentare entro 45 giorni. Poi, sempre la Regione, prima ancora di rimetterne l’approvazione definitiva al consiglio comunale, deciderà se assoggettarlo o no alla procedura di Valutazione di impatto ambientale. Nell’attesa, il dibattito torna ad accendersi. E sempre sulle stesse questioni.
A cominciare dal teatro. Che non c’è. Lo dice subito l’ex sindaco di centrodestra Luigi Albore Mascia che durante la sua amministrazione, tra il 2009 e il 2014, ottenne, per la realizzazione di un teatro da mille posti nell’area di risulta, le manifestazioni di interesse di archistar come Massimiliano Fuksas e Norman Foster. «Era il 2013, si trattava di realizzare un polo culturale da 25 milioni di euro», racconta Mascia, «per cui la città non avrebbe speso un centesimo trattandosi di un project financing. Il progetto preliminare approvato dalla giunta e approdato in consiglio comunale prevedeva un teatro, con posti auto sotto, che sarebbe rimasto aperto tutto l’anno, con ristorante, servizi e un cartellone di alto livello. Avrebbe vissuto con associazioni e produzioni teatrali, oltre alle stagioni teatrali e di concerti e un ridotto di 4-500 posti. Eravamo vicini a un risultato storico, perché a 50 anni dall’abbattimento del Pomponi avremmo restituito alla città un teatro civico come quelli che hanno tutti i capoluoghi di provincia. Ma in consiglio comunale ci impallinarono subito. I primi furono i bempensanti del centrodestra, a cominciare dallo storico Licio Di Biase, il quale disse che il teatro non serviva perché già avevamo il Michetti. Basta guardare ora, dopo tre anni sta ancora con il tetto scoperchiato. E poi tutto il centrosinistra lo boicottò, per impedire che Mascia passasse alla storia per aver ridato a Pescara il teatro dopo 50 anni. Per il resto, avevamo intenzione di fare più o meno quello che sta facendo la giunta Alessandrini».
Chiede un parco divertimenti sul modello del Tivoli di Copenaghen e cinquemila posti auto, tremila in più di quelli previsti , il presidente di Confcommercio Franco Danelli: «L’area di risulta è una grande occasione perché Pescara diventi sempre più attrattiva. L’idea di farci un bosco mi sembra assurda. Al posto del bosco dovrebbe invece nascere il parco centrale dei divertimenti, qualcosa di importante tipo il Tivoli di Copenaghen. Sarebbe un polo di attrazione non solo per gli abruzzesi. Ma prima di questo», va avanti Danelli, «occorre preparare i servizi, da localizzare in un’unica struttura grande, su un’area di due ettari collocata a nord. Una struttura di 5 piani, da 5mila posti auto e con un piano terra molto alto, circa sei-sette metri, per gli autobus e i servizi per i passeggeri, tipo ristorazione e market, e una stazione di noleggio di auto elettriche. Come si sostiene una cosa del genere? Concedendo all’impresa che costruisce, la proprietà dei piani interrati per farne box da vendere ai privati. In una decina di anni realizzano una cifra più che sufficiente».
«Se Alessandrini riuscirà a portare a termine l’iter progettuale delle aree di risulta all’interno del suo mandato io perderò la scommessa che ho fatto con lui un paio di anni fa, ma sarò comunque felicissimo», esordisce Paolo Fusero, direttore del dipartimento di Architettura dell’università. «Ricordo che, dopo aver consegnato il voluminoso dossier di ricerca “Verso Pescara 2027” dove individuavamo una decina di aree di trasformazione strategica, sconsigliai al sindaco di partire proprio dalle aree di risulta, per la complessità delle vicende politiche che le hanno riguardate e soprattutto per il periodo di recessione economica, che rendevano a mio avviso rischiosa l’operazione. Ritenevo preferibile concentrarsi su obiettivi più “alla portata dei tempi” come ad esempio l’area ex Fea o altro. Ciononostante ammiro la tenacia del sindaco. I punti dolenti rispetto alle nostre aspettative», conclude Fusero, «probabilmente saranno proprio quelli legati alla sostenibilità economica dell’operazione laddove per esempio si è ritenuto di dover rinunciare al polo culturale tipo teatro e biblioteca in mancanza di una comprovata capacità di attrazione di investimenti privati. Per le stesse ragioni sono state introdotte quote di commerciale e di residenziale. Soprattutto queste ultime, però, sono le più stridenti rispetto ad un concetto di fruizione pubblica che mi pare doveroso su un’area così simbolica per la città».

