Arrestato agente penitenziario: portava in carcere droga e alcol

Paolo Capone sospettato di chiedere soldi e favori per consegnare ai detenuti anche telefoni cellulari La prima volta era stato bloccato il 20 aprile: si era accordato con un albanese in cambio di 50 euro
PESCARA. Alcol, droga, telefoni cellulari. Al carcere di Pescara entrava anche questo, grazie a un agente della polizia penitenziaria che si occupava di far arrivare ai detenuti il “materiale proibito”, ottenendo in cambio soldi e favori. Con l’accusa pesantissima di corruzione, Paolo Capone, 51 anni, assistente capo della polizia penitenziaria, si è visto notificare venerdì, a casa, un provvedimento di arresto (emesso dal giudice per le indagini preliminari Gianluca Sarandrea). Gli sono stati concessi i domiciliari, lo stesso regime a cui era sottoposto dopo il ricorso presentato al Tribunale del Riesame dal suo difensore, l’avvocato Melania Navelli, a seguito del primo arresto per detenzione ai fini di spaccio, avvenuto in flagranza di reato il giorno prima di Pasqua.
Era dall’inizio dell’anno che gli uomini della squadra mobile, diretti da Dante Cosentino, stavano indagando su Capone, coordinati dal sostituto procuratore Paolo Pompa. E venerdì il cerchio si è chiuso, dopo aver trovato le conferme ai sospetti iniziali, almeno stando alla ricostruzione dell’accusa.
Tutto è cominciato dopo una segnalazione dei colleghi di Capone. Sono stati loro a trovare due telefoni cellulari nelle camere dove vivono i detenuti: un apparecchio era nascosto in un dizionario della lingua italiana, l’altro se lo portava dietro un carcerato e non a caso erano di piccole dimensione, per non dare nell’occhio. La questione, delicatissima, è stata denunciata alla Procura che ha delegato la squadra mobile dando così il via a un’indagine particolarmente delicata, finalizzata ad andare a fondo, scoprendo i responsabili.
Grazie al contributo del Nucleo di polizia giudiziaria della polizia penitenziaria, un po’ per volta si è arrivati a concentrare i sospetti su Capone. Nel corso di una prima perquisizione sarebbe stato trovato in possesso di soldi: 200 euro che, per la polizia, rappresentavano il compenso ricevuto per un cellulare passato a un detenuto. Poi, il 20 aprile, è scattata la trappola nei suoi confronti. La Mobile, che lo stava controllando a distanza attraverso le intercettazioni telefoniche, ha saputo dell’appuntamento con un albanese di 22 anni in arrivo in bus da Roma, diretto al carcere per la visita a un detenuto. L’albanese doveva lasciare nell’auto di Capone un pacchetto con cocaina e hascisc più un cellulare e un cavo per il telefono, a poca distanza dal carcere, vicino a un bar. In un secondo momento Capone, che era in servizio, avrebbe recuperato tutto dall’auto per far arrivare quel pacchetto nella casa circondariale. E così è stato, in due tempi diversi, sotto gli occhi della polizia, che era appostata. Ed è intervenuta per bloccare Capone, che in cambio aveva ottenuto 50 euro, lasciati sempre nell’auto. Nel suo armadietto di servizio, poco dopo, sono stati trovati più di 40 grammi di marijuana, 8 grammi di cocaina suddivisa in 12 involucri e un altro telefonino: per la polizia prima o poi sarebbe finito tutto nelle mani dei detenuti.
Capone avrebbe fatto anche altro per agevolare i contatti dei detenuti con l’esterno, mettendo a disposizione il suo cellulare per alcune conversazioni. Gli investigatori ritengono che oltre a farsi pagare per i suoi servizi, l’agente di polizia penitenziaria abbia chiesto dei favori. Come nel caso in cui avrebbe sollecitato il padre di un detenuto a fargli ottenere uno sconto su un motore da acquistare da un autodemolitore. Il giorno prima di Pasqua, l’arresto è scattato in flagranza. E durante l’interrogatorio successivo, Capone ha chiesto scusa. Ora, però, la sua posizione si aggrava.

