“Asfalto”, le poesie di Mello sguardo nell’anima di Milano
Quella della poesia come linguaggio di comunicazione ed espressione è oggi una scelta coraggiosa, se non avventata e sconsiderata. È una scelta che comunque Valerio Mello, poeta siciliano di origine...
Quella della poesia come linguaggio di comunicazione ed espressione è oggi una scelta coraggiosa, se non avventata e sconsiderata. È una scelta che comunque Valerio Mello, poeta siciliano di origine ma milanese di adozione, si sente ancora di dover fare.
E lo fa con una strana vocazione al realismo, una tendenza alla realtà, che emerge lampante nella sua ultima raccolta intitolata "Asfalto" (Edizioni La vita Felice). Una spinta all'altro, alla esteriorità, espressa già dal titolo, che introduce il lettore nella dimensione delle strade cittadine di Milano, cui in fondo l'intera silloge è dedicata. "Milano interna, città esterna" recita il titolo della prima parte, quasi a indicare la strana intimità che si crea tra l'io lirico e la sua città, o meglio una città che da estranea si fa vicina, confidenziale, e si trasforma a poco a poco in una nuova interiorità del poeta, che infatti scrive: "Nel tumulto mi disperdo, al di fuori degli occhi esisto", come a mostrare nello sguardo, nella visività esterna una nuova carica spirituale, come per una specie di nuovo romanticismo dell'immagine e dello spazio urbano.
Tale disposizione d'animo, tale percorso intellettuale ed emotivo si cristallizza nel simbolo-metafora dell'asfalto, superficie che nell'immaginario collettivo, quello del romanticismo tradizionale e desueto, assume una connotazione negativa, ma che in Mello diventa la superficie di una nuova dimensione della emotività e della soggettività, che fa dire al poeta del manto d'asfalto: "Diventi persona, nero manto, nel mio corpo centro abitato". E così ogni elemento dello spazio urbano si fa quasi tassello di una rinnovata naturalità, non soltanto aspetti dell'architettura ultimata e consolidata, le piazze e i monumenti, ma anche materie che costituiscono il lato precario dell'urbanità: i cantieri, le mura, i tram nella loro instabilità, le gru, i passanti. Tutto partecipa a creare un mondo accettabile, riconoscibile e in cui riconoscersi. Certo, troviamo anche in questa Milano di Mello sentimenti abituali, che poi sono gli stessi che si rinveniva nella Parigi di Baudelaire, e nell'odio-amore che il grande poeta francese sentiva per la propria città.
Così anche Mello parla di una folla, che si ammassa e perde individualità, perde personalità, vi vede maschere, margini invalicabili, dubbi, eppure non cerca rifugio da tutto ciò, la chiama "cella" ma l'accetta, quasi l'ama, e giunge a scrivere la lirica non a caso intitolata "Apologia cittadina". Difendere dunque la città, difendere Milano, perché in essa si svolge la vita che ci è data, "tutti siamo nel vivere che possiamo", scrive il poeta nella seconda parte della raccolta intitolata "Moschee". Così anche la poesia dedicata a Quasimodo, che da un lato contribuisce a giustificare la prefazione di Alessandro Quasimodo, e dall'altro si mostra come omaggio al maestro amato, si pone come nostalgia della tradizione poetica che pretendeva di "ricordare il creato", di farsi voce di un mondo iniziale e primigenio. Ma Mello sa che la sua poesia non si pone su quella vana nostalgia: "Non sono più vivo se penso di essere umano" scrive in "Decomposizione", preferisco confinato rifiuto degradato". Meglio corredo urbano ma reale ed esistente, che vana reliquia letteraria.
Marco Tabellione
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