Assolti 2 poliziotti: non furono loro a diffamare il capo dell’antidroga

PESCARA. Si chiude con una doppia assoluzione una brutta pagina che riguardava rapporti deteriorati all'interno della questura di Pescara, che avevano fatto finire sotto processo due poliziotti.Dante...
PESCARA. Si chiude con una doppia assoluzione una brutta pagina che riguardava rapporti deteriorati all'interno della questura di Pescara, che avevano fatto finire sotto processo due poliziotti.
Dante Cecamore e Mario Costantino (entrambi difesi dall'avvocato Vincenzo Di Girolamo) erano accusati di diffamazione e calunnia, per avere predisposto due lettere anonime contro il responsabile dell'epoca dell'antidroga, Nicolino Sciolè, e di aver fatto un uso distorto del cervellone del ministero dell'Interno per andare a prendere notizie contro il collega e anche contro i suoi familiari più stretti, e cioè i figli di Sciolè.
I fatti risalivano al periodo a cavallo tra il 2013 e il 2014. «Così ricostruite nei punti salienti le deposizioni delle testimonianze rilevanti, e lette le missive costituenti corpo di reato», scrive il giudice monocratico Rossana Villani nella sua sentenza, «va ritenuto che le risultanze dibattimentali portano a escludere la riconducibilità oltre ogni ragionevole dubbio degli anonimi agli imputati».
I due poliziotti nel frattempo sono stati trasferiti in altri uffici dell'Abruzzo. Secondo l’accusa iniziale, Cecamore e Costantino, spostati dalla sezione antidroga, avrebbero confezionato due anonimi, uno inviato anche in procura, per danneggiare Sciolè con accuse infamanti e calunniose, coinvolgendo, e questo è l'aspetto peggiore, anche i figli del funzionario di polizia e le persone ritenute sospette che gli stessi frequentavano, andando a effettuare delle ricerche nei terminali del cervellone del Viminale.
Ma, secondo il giudice Villani, «l'istruttoria svolta ha evidenziato la sussistenza di elementi di mero sospetto sull'attribuibilità degli anonimi agli attuali imputati, che non assurgono al rango di prova». Ma il fango non avrebbe coinvolto solo l’allora responsabile dell’antidroga Sciolè.
Vennero sollevate, infatti, anche altre interrogazioni su voci confidenziali che riguardavano il figlio di un altro collega. «La valutazione della vicenda nel suo complesso», conclude il giudice, «anche tenuto conto delle giustificazioni offerte dai medesimi interessati, è tale, al di là di qualche aspetto equivoco, da non consentire di ravvisare il reato quanto meno sotto il profilo soggettivo». Di qui, la doppia assoluzione che ha chiuso il caso. (m.cir.)
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