Attentato a Sebastiani: condanna a 2 anni e mezzo

7 Aprile 2019

Confermata anche in secondo grado la pena inflitta a Di Marcantonio dal gup   Il raid incendiario del febbraio 2017 distrusse l’auto del presidente del Pescara

PESCARA. Anche per i giudici della Corte d’appello dell’Aquila, Brian Di Marcantonio, 22 anni, è colpevole dell’incendio appiccato al giardino dell’abitazione del presidente della Pescara Calcio, Daniele Sebastiani.
COMMANDO DI 5 RAGAZZI I giudici di secondo grado venerdì scorso hanno confermato in pieno la condanna a 2 anni e 6 mesi che il gup di Pescara, Antonella Di Carlo, aveva inflitto all’imputato con il rito abbreviato per quel raid incendiario: un commando di cinque ragazzi, ripresi dalle telecamere di sorveglianza della zona, che la notte del 7 febbraio del 2017, misero a segno quella bravata che avrebbe potuto avere conseguenze davvero gravi, ma che comunque distrusse l’autovettura di Sebastiani e danneggiò gravemente anche un’altra macchina, che si trovava anch’essa dentro il cortile della palazzina. Una notizia che fece il giro di tutta Italia, quale esempio di tutto quello che un tifoso non dovrebbe fare.
SPEDIZIONE PUNITIVA Una spedizione punitiva verso la massima dirigenza della squadra che arrivava dopo l’ennesima sconfitta dei biancazzurri, in quella occasione pesantemente battuti dalla Lazio per 6-2. Alle 3,38 della stessa notte, qualcuno scavalcò il cancello del cortile della palazzina dove abita il presidente e lanciò una bottiglia incendiaria verso la Renegade del numero uno della società calcistica. Le fiamme, che raggiunsero il terzo piano della palazzina, lambirono anche i tubi del gas che per fortuna rimasero intatti, altrimenti le conseguenze sarebbero state davvero gravi e avrebbero potuto provocare una esplosione con tutto quello che ne poteva derivare, e mettere in pericolo anche la vita di chi stava tranquillamente dormendo negli appartamenti dello stabile.
LE TELECAMERE Le indagini vennero portate avanti dalla Digos che esaminò subito le riprese delle telecamere della zona, dalle quali spuntarono dei fotogrammi in cui si vedevano appunto cinque ragazzi passare con una bottiglia in mano e a volto scoperto. Finirono sotto inchiesta in tre: oltre a Di Marcantonio, al quale venne imposto il divieto di dimora a Pescara, anche un ragazzo di Elice e uno di Montesilvano, che poi però vennero prosciolti da ogni accusa.
La polizia fece una serie di perquisizioni, intercettazioni telefoniche e analisi delle cellule dei tabulati telefonici degli indagati. Il legale dell’imputato, l’avvocato Virgilio Golini, scelse la strada del rito abbreviato, certo che quelle prove portate dall’accusa non erano sufficienti per arrivare a una condanna.
L’INTERCETTAZIONE Secondo la difesa, c’erano diversi aspetti discordanti soprattutto per quanto riguardava gli indumenti sequestrati all’imputato e anche in relazioni alle intercettazioni telefoniche che non proverebbero niente, come ad esempio quella intercettata con la madre del ragazzo che era stato allontanato da Pescara e mandato dalla nonna a Latina. Telefonata in cui la madre gli diceva: «Pensavo mettessi un po’ di sentimento dopo quello che hai fatto…Non hai capito che da quel posto dovevi stare lontano». Ma la difesa non riuscì comunque a evitare la condanna, anche piuttosto alta, considerando la riduzione di un terzo della pena per la scelta del rito abbreviato. Una difesa che non è riuscita neppure a fare breccia con i giudici di secondo grado che hanno confermato i 30 mesi inflitti a Pescara dal gup.
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