Avvelenati anche gli alberi «I rifiuti inquinano ancora»

Spunta un documento dell’Arta: la messa in sicurezza finora non è servita
BUSSI. Un melo cotogno e un pioppo avvelenati. A un passo dalla discarica di Bussi, in località Tre Monti, pure gli alberi sono inquinati. Lo rivela un documento dell’Arta, rimbalzato anche nel processo in Corte d’Assise d’Appello all’Aquila chiuso venerdì scorso con 10 condanne per disastro colposo. Un verbale di 4 pagine che, prima di finire tra gli atti del processo, è stato esaminato tra il 2015 e il 2016 dagli agenti del corpo forestale dello Stato di Pescara durante un’indagine, poi archiviata, sulla bonifica non ancora cominciata a 10 anni dalla (ri)scoperta dei veleni messi sotto terra. E, in un’informativa alla procura, la forestale ha lanciato un allarme che vale ancora oggi: secondo l’Arta e secondo gli investigatori, a Bussi sarebbe ancora emergenza perché i primi lavori di messa in sicurezza (Mise), costati quasi 4 milioni di euro e pagati dalla Montedison, non sarebbero serviti a niente. «Il livello di contaminazione delle matrici ambientali», dice il rapporto della forestale ai pm Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli, «è identico se non maggiore a quello accertato prima della realizzazione del sistema Mise della discarica Tre Monti».
La conclusione della forestale si regge sulle analisi dell’Arta scattate dopo un esposto, nel 2015, dell’allora commissario per il bacino Aterno-Pescara Adriano Goio, presentato prima di morire: Goio aveva denunciato presunte irregolarità legate alla mancata bonifica e aveva segnalato che il perdurare dell’inquinamento. E l’Arta ha confermato con i dati i sospetti di Goio: sulla corteccia dell’albero di melo sono state trovate «concentrazioni elevate di alifatici clorurati cancerogeni e potenzialmente cangeroni». È la mela avvelenata. Con tracce di «clorometano, bromometano, diclorometano, triclorometano e tetracloroetilene». Sostanze tossiche anche su un pioppo vicino al recinto di Tre Monti: «Dagli esiti analitici», recita il verbale firmato dal dirigente dell’Arta Roberto Cocco, «è risultata la presenza di triclorometano e tetracloroetilene». Durante i controlli nella proprietà privata accanto alla discarica di Tre Monti, l’Arta ha controllato anche le acque di falda e scoperto «numerosi superamenti» dei limiti di legge per 15 sostanze tossiche. Il verbale dell’Arta si chiude così: «L’individuazione del rischio sanitario-ambientale è superato sia per la salute umana, per quanto concerne l’inalazione di vapori indoor, sia per la protezione della risorsa idrica sotterranea». E ancora: «I risultati delle analisi chimiche evidenziano che il sistema Mise della discarica Tre Monti non è in grado di contenere la contaminazione all’interno dei confini del sito e che pertanto deve essere integrata». E l’inquinamento resta ancora una minaccia visto che le 600-700 tonnellate di rifiuti si trovano tra i fiumi Tirino e Pescara, vale a dire un terzo delle acque d’Abruzzo.
La contaminazione che non si ferma. È la tesi che ha sostenuto al processo di secondo grado l’avvocatura dello Stato con il legale Cristina Gerardis, che è anche direttore generale della Regione. E la Gerardis, in aula, ha parlato della mela avvelenata: «La prof. Severino (l’ex ministro dell’Interno difensore di uno degli imputati, ndr) ci aveva detto che per esserci avvelenamento bisognava trovare la mela avvelenata. L’abbiamo trovata, su un melo cotogno, le cui radici, incredibile a dirsi, si sono avventurate nel sottosuolo, ma invece di trovare l’acqua pura che doveva esserci hanno trovato l’acqua avvelenata dai contaminanti di una industria chimica».
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