Avvocati dichiarano guerra alla procura

Interrogatori rinviati. Ma si va verso il silenzio degli indagati. E dalle autopsie spunta un’altra persona non morta sul colpo
PESCARA. Dichiarano di abbandonare «la piena collaborazione alle indagini» e si riservano di comunicare a breve «ulteriori attività di accertamento delle reali responsabilità del disastro». Quelle, a loro giudizio, «apparentemente abbandonate» dagli inverstigatori.
Alla vigilia degli interrogatori fissati per oggi, e slittati per l’astensione indetta dall’Unione delle camere penali, gli avvocati Cristiana Valentini e Goffredo Tatozzi, difensori del sindaco di Farindola Ilario Lacchetta e del tecnico comunale Enrico Colangeli, due dei sei indagati per i 29 morti dell’hotel Rigopiano, fanno già sapere che i loro clienti non parleranno. Una frattura con la Procura che i due difensori ufficializzano contestando «i comportamenti posti in essere dalla procura di Pescara nei confronti dei nostri assistiti, oggi indagati, ma già sentiti come persone informate e senza alcuna garanzia difensiva, nonostante la presenza del difensore nominato, tenuto fuori dalla stanza dell’audizione ad onta della palese e reiterata proposizione di domande schiettamente accusatorie». Spiega l’avvocato Tatozzi: «Quando i nostri assistiti sono stati ascoltati, nei giorni successivi alla tragedia, il tenore delle domande avrebbe dovuto indurre gli inquirenti a interrompere l’esame e a chiedere l’assistenza del difensore, peraltro presente. Invece, mentre loro rispondevano come persone informate sui fatti, in realtà venivano già trattati come indagati. Dunque», chiede Tatozzi, «che senso ha risentirli? E poi su che cosa? Dal capo d’imputazione non si capisce, anzi. Ci troviamo di fronte», afferma il legale, «a un capo d’imputazione ad explorandum, dove tutti rispondono di tutto, senza che venga evidenziata la condotta di ciascuno dei sei indagati». Ma tra i motivi della frattura ufficializzata dai difensori ci sono anche le recenti dichiarazioni del procuratore Cristina Tedeschini in merito al fatto che il procedimento penale si occupa delle persone fisiche, e non degli enti. Dichiarazione a cui Tatozzi e Valentini replicano promettendo «ulteriori attività di accertamento delle reali responsabilità del disastro». Un approfondimento di quanto già esposto a metà febbraio con l’attività investigativa preventiva affidata a un pool di esperti. E la cui conclusione partiva da una certezza: «Se solo la Regione si fosse dotata della Carta di localizzazione dei pericoli da valanga, come previsto dalla legge del ’92, questo disastro non ci sarebbe stato».

