Banca condannata a ridare 331mila euro a un imprenditore

Pescarese vince la causa dopo 14 anni, ma l’azienda è chiusa I giudici riconoscono l’illecita applicazione degli interessi
PESCARA. Si è conclusa dopo 14 anni dall’inizio della causa il braccio di ferro tra un imprenditore pescarese e una banca a carattere nazionale di cui era correntista. Una causa legata a una serie di voci e cioè interessi, commissione di massimo scoperto, spese, anatocismi e oneri. La Corte d’appello dell’Aquila (presidente Silvia Rita Fabrizio) ha confermato, con sentenza del 2 agosto, la sentenza di primo grado del tribunale civile di Pescara, risalente al 2008 (giudice Angelo Zaccagnini), per cui il correntista dovrà riavere 215mila euro a cui aggiungere gli interessi legali e le spese legali, oltre alla somma che inizialmente la banca chiedeva al cliente: l’istituto di credito, quindi, dovrà sopportare un esborso complessivo di 331mila euro.
I giudici della Corte d’appello, sottolinea l’associazione di difesa dei consumatori Sos Utenti dando la notizia, hanno accertato l'illecita pretesa di 51mila euro avanzata dalla banca al cliente e l'altrettanto illecita applicazione da parte dell’istituto di credito di interessi ultralegali, della capitalizzazione trimestrale degli interessi (il cosiddetto anatocismo), oltre all'illegittima applicazione delle commissioni di massimo scoperto e di altri oneri mai validamente pattuiti tra le parti, come le valute.
È cominciato tutto nel 2002, spiegano sempre da Sos Utenti, quando l’imprenditore si è rivolto all’associazione per opporsi alle richieste della banca, espresse con decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo per 51.534,26 euro, oltre a interessi e spese. Sempre nel 2002 la banca ha segnalato l’imprenditore e i suoi creditori tra i cattivi pagatori in sofferenza alla Centrale rischi gestita dalla Banca d’Italia.
Nel 2008 c’è stata la prima sentenza del Tribunale civile di Pescara, con la condanna della banca al pagamento di 215mila euro più interessi e spese, per un totale di 280mila euro, oltre i 51mila euro pretesi dalla banca. La somma comprendeva tutte le voci addebitate illegittimamente sul conto corrente della ditta negli anni. Una prima vittoria per l’avvocato Emanuele Argento, che guida l’équipe dell’associazione incaricata di seguire la vicenda, ma nel frattempo, mentre il confronto giudiziario andava avanti, l’azienda è stata costretta a chiudere, azzerando produzione e posti di lavoro, ed è stata esclusa dal circuito legale del credito insieme ai garanti fidejussori.
Il passaggio successivo è avvenuto in Corte d’appello, con il ricorso della banca del 2009 per riformare la sentenza di primo grado e ottenere la restituzione delle somme pagate all’ex correntista. Nel 2016 si è arrivati alla sentenza, che ha confermato la condanna della banca, con il passaggio del cliente da «una posizione fortemente debitoria» a quella di «macroscopico creditore» dell’istituto di credito. E questo è solo un caso, per Sos Utenti: in Abruzzo i clienti bancari iscritti a sofferenza sono circa 32mila, per un totale di 4,2 miliardi, ma almeno un terzo di queste situazioni, più di diecimila, sono «fasulle e in alcuni casi i clienti sono creditori e non debitori», dice il presidente onorario Gennaro Baccile.
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