“Birdman”, Michael Keaton e la tragedia dell’ex superstar
VENEZIA. Venezia 71 apre con Birdman, ritratto impietoso dell’insicurezza di un’artista dal passato celeberrimo – è stato il supereroe del titolo anni addietro – come il suo interprete principale...
VENEZIA. Venezia 71 apre con Birdman, ritratto impietoso dell’insicurezza di un’artista dal passato celeberrimo – è stato il supereroe del titolo anni addietro – come il suo interprete principale Michael Keaton, primo Batman della serie, nel 1989 e nel ’92. Ma Keaton dice di non essersi identificato sotto questo punto di vista: «Non è la mia vita, per fortuna ho una diversa autostima, affetti solidi e soprattutto non dipendo dai social forum». Autobiografia e analisi introspettiva sono temi ricorrenti in questa Mostra: in attesa di Al Pacino ecco Alejandro G. Iñárritu e il falò delle vanità di chi «cerca di essere qualcuno che non è più». Ricco di battute al vetriolo, soprattutto su Hollywood e il suo mondo («Si è spappolato il naso? Chiediamo al chirurgo di Meg Ryan» per non parlare dei sapidi commenti su altri colleghi: «La fama? è la cuginetta zoccola del prestigio»), il film non dice nulla di nuovo, ma lo fa con un’eleganza formale e una riflessione che non annoia, grazie anche a qualche tocco di meditazione new age. La riproduzione della realtà è filtrata dalle sue rappresentazioni: cinema e teatro, ma anche news, video, Youtube, Twitter, Facebook e i social forum in genere. «È un’esistenza virtuale, che racchiude un profondo anonimato», ci dice il regista.
Ma ognuno accredita di sé un’immagine che lo porta a essere qualcun altro, schiavo della propria immagine come le milf, acronimo di donne che amano ragazzi giovani (o dilf, a sessi inversi), genere frequente non solo a Hollywood o a Broadway. Così accade anche per l’ex supereroe che insegue se stesso mettendo in scena una pièce di Raymond Carver, che fa ripetere al protagonista con costanza autolesionista: «Perché devo implorare per essere amato? Cosa non ho io che gli altri hanno?». Patetico e lamentoso, il protagonista di Keaton, Riggan Thompson mescola le tavole del palcoscenico con i marciapiedi dell’esistenza cercando di trovare risposte. «Hai avuto tutto quello che hai voluto?» «Sì, ho cercato di sentirmi amato, desiderato»: tra Flaubert e Prévert, prevale l’autoironia. La rincorsa all’altro da sé coinvolge tutti, anche l’antagonista, il rampante personaggio di Ed Norton (più giovane, ma già con qualche “disfunzione erettile”) che vorrebbe avere gli occhi dell’adolescente Emma Stone per poter guardare il mondo con i suoi anni. Ma più che fiera delle vanità, Birdman parla della realtà presente, dedica molto alla Grande Mela, città in grado di stroncare o di lasciare nell’indifferenza: la figura della giornalista di “Times” (Lindsay Duncan) dice molto sul ruolo dei critici e sulla costruzione dell’evento: «Anche le recensioni appartengono alla virtualità ormai». Iñárritu insiste sul senso di decadenza culturale che va oltre Broadway e Hollywood: ma a differenza di precedenti film come 21 Grams e Babel la narrazione avviene in modo continuo, grazie a sinuosi, raffinati piani sequenza e a una musica sinfonica che evoca Tchaikovsky. Ne consegue che Birdman (che nel sottotitolo tesse l’elogio alle «imprevedibili virtù dell’ignoranza», reale o presunta) costituisce una riflessione sulla caducità della vita, non solo artistica: «Io sono ciò che sono, non quello che la gente dice che io sia», recita, citando Susan Sontag, un post nel camerino di Keaton.
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