Bocciati in pubblica amministrazione

13 Novembre 2018

Per la Cgia di Mestre l’Abruzzo è quasi maglia nera tra le regioni europee

PESCARA . È di 598 euro lo “spread” tra un contribuente italiano medio e un contribuente di altri Paesi dell’Unione europea. L’argomento è quello della pressione fiscale, e neanche a dirlo, il dato è tutto a sfavore del Bel Paese, tartassato da imposte, accise, e gabelle varie. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha messo a confronto la pressione fiscale registrata nel 2017, e successivamente ha calcolato il differenziale di tassazione pro-capite esistente tra gli italiani e i cittadini dei principali paesi dell’Unione. Ma non basta, perché a una tassazione da brivido non corrispondono adeguate performance da parte della pubblica amministrazione. In questo senso, in Abruzzo, siamo messi davvero maluccio, e stavolta a evidenziarlo è l’ultima indagine della Commissione europea sulla qualità della pubblica amministrazione. A fronte di 192 regioni europee, infatti, l’Abruzzo si piazza al 189° posto. L’unica regione italiana che sta peggio di noi, nella poco invidiabile classica della commissione, è la Calabria, che si piazza al 190° posto. La regione italiana più virtuosa, quella nella quale la pubblica amministrazione funziona meglio, è il Trentino Alto Adige, che nella classifica generale si posizione, tuttavia, al 118° posto. «In attesa della riduzione del peso fiscale, grazie all’estensione a tutti i contribuenti dell’applicazione della flat tax», dice il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo (nella foto) «nel 2019 corriamo il rischio che le tasse locali tornino ad aumentare. La manovra, infatti, non ha confermato i blocchi delle imposte territoriali introdotte nel 2015, pertanto è probabile che sindaci e governatori rivedano all’insù le addizionali Irpef e le aliquote dell’Irap, dell’Imu e della Tasi sulle seconde case e i capannoni. Se ciò si verificasse sarebbe una vera e propria iattura per i bilanci delle famiglie e delle imprese».
Con tante tasse, «e con una platea di servizi erogati dal pubblico che negli ultimi anni è diminuita sia in qualità sia in quantità», segnala invece il segretario della Cgia, Renato Mason, «si sono sacrificati i consumi e gli investimenti. Inoltre, è diventato sempre più difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Alle piccole e piccolissime imprese, in particolar modo, il calo dei consumi delle famiglie ha creato non pochi problemi finanziari, costringendo molte partite Iva a chiudere i battenti».
E in questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva hanno registrato, statisticamente, i risultati più negativi. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa. (a.bag.)