Bonomi: «Positiva la fusione tra Chieti-Pescara e Teramo per un Abruzzo più forte»

Il presidente nazionale sottolinea l’importanza dell’aggregazione dei servizi Assemblea costitutiva a Silvi, primi passi per l’associazione “Medio Adriatico”
SILVI. Ha radici abruzzesi Carlo Bonomi, presidente nazionale di Confindustria arrivato ieri a Silvi per plaudire alla nuova Confindustria Abruzzo Medio Adriatico, nata dalla fusione delle associazioni di Chieti-Pescara e Teramo. «Ho un conflitto d’interessi con l’Abruzzo», ha confessato durante l’affollato incontro all’hotel Ermitage, «i miei zii sono di Francavilla al Mare e qui venivo al mare d’estate da ragazzino». L’incontro è stato poi l’occasione per il presidente per parlare, oltre che della fusione, del quadro generale economico e politico in Italia e in Europa, sollecitato dalle domande di Domenico Ranieri, giornalista del Centro.
Presidente, nel 2014 le associazioni di Pescara e Chieti hanno avviato l’aggregazione dei servizi per le imprese, per arrivare poi a una vera e propria fusione. Ora l’Associazione cresce con l’ingresso di Confindustria Teramo. Una “best practice” che va nella direzione tracciata dalla riforma Pesenti di Confindustria. Perché è importante procedere in questa direzione?
«La fusione è importante per tanti motivi. Innanzitutto per la rappresentanza politica, è importante che un territorio come l’Abruzzo possa esprimere, anche attraverso i voti, le necessità dei propri associati. Ma il successo della fusione dipende dal progetto che c’è dietro. Se ci si fonde solo per essere più grandi e avere un voto in più, la fusione finisce male. Qui invece, obiettivo dichiarato è mettere a disposizione servizi migliori, ad alto valore aggiunto. Durante la pandemia abbiamo capito l’importanza di essere associati a Confindustria, con i nostri funzionari che rispondevano 24 ore su 24 per spiegare decreti. Non dobbiamo dimenticare quanto fatto. L’unione è importante anche per sostenere battaglie. Ora è importante quella per le infrastrutture. Una battaglia che non è corporativa, ma riguarda l’Abruzzo e tutta l’Italia».
Lei ha definito l’economia del mare, la blue economy, una filiera strategica. L’Abruzzo, per la sua posizione geografica, conta molto su questo settore, come può esprimere il suo potenziale?
«Quando mi candidai a fare il presidente di Confindustria, ero già convinto che la blue economy fosse una filiera strategica. Oggi anche il governo ha un ministero per il mare. Questo ci dice come Confindustria abbia una visione lunga. La differenza però la fanno i fatti. La blue economy è un insieme di filiere strategiche e noi, pur avendo un ministero dedicato, abbiamo il frazionamento di competenze tra ministeri. Dobbiamo riuscire a creare relazioni interministeriali e guardare alle filiere nell’insieme. Abbiamo carenza di infrastrutture, ma abbiamo la più grande infrastruttura mondiale, il Mediterraneo, tornato ad avere una funzione fondamentale nel panorama geopolitico e strategico. Qui il volume dei traffici è cresciuto in maniera impressionante: l’Abruzzo può giocare un ruolo strategico, ma dobbiamo completare il quadro delle vie di comunicazione, importanti anche per l’Europa. Certo, anche l’Europa deve avere un approccio diverso. Durante la pandemia, gli Stati membri hanno operato in maniera cooperativa. Ora siamo ventisette voci che fanno il proprio interesse, di fronte a problemi come l’acquisto di materie prime, lo choc energetico, i tassi, i conflitti alle nostre porte. Dobbiamo tornare a una visione politica comune, guardare al futuro, darci strumenti finanziari comunitari».
Come interpreta questo momento di cambiamenti geopolitici e geostrategici?
«Il periodo richiederebbe grandi riflessioni che purtroppo non vedo. Dovremmo chiederci se questa crisi è perenne o se è qualcos’altro. Io penso che siamo di fronte a un periodo di grande trasformazione dei processi produttivi, che impatta anche sul sociale e sulla politica. Se questo è vero, stiamo attraversando una rivoluzione. Le rivoluzioni hanno tre caratteristiche, le tre “I”. Sono “indistinte”, colpiscono tutti. La pandemia ha colpito imprenditori, famiglie, società. Tutti. Poi sono “irreversibili”, non si torna indietro, continueremo a sentire dei costi dell’energia, del clima, la strada è tracciata. E soprattutto sono “imprevedibili”. Non sappiamo dove arriveremo. Ma se non facciamo l’analisi di ciò che viviamo, sbaglieremo nell’affrontare i problemi e non metteremo in campo gli strumenti per governarli. Guardiamo alla rivoluzione in atto nell’automotive: la stiamo governando, la subiamo? Quali sono gli impatti sociali di questa rivoluzione? Certo, avremo un mondo più sostenibile, più verde – e noi siamo i primi a volerlo – ma a quale costo sociale? Alla fine della transizione avremo nuove opportunità, nuove tecnologie, ma nel frattempo cosa succede ai posti di lavoro? Le persone che perdono il reddito, come le sosteniamo? Sono riflessioni che l’Italia, e l’Europa in generale, non stanno facendo e questo mi preoccupa perché le rivoluzioni vanno accompagnate».
Lei ha definito la Legge di bilancio “ragionevole nella misura in cui concentra le poche risorse disponibili sulla riduzione per il 2024 del cuneo contributivo”. Ma l’ha anche giudicata “incompleta per la sostanziale assenza di sostegni agli investimenti privati, senza strategia finalizzata a crescita e competitività”. Con la rimodulazione del Pnrr, il Governo sostiene di aver “colmato questa lacuna”. È soddisfatto?
«Confindustria è sempre stata molto chiara: chiediamo tre cose. Primo, l’intervento per le famiglie con reddito al di sotto dei 35mila euro. Era chiaro che con l’inflazione avrebbero subìto un colpo al loro potere d’acquisto. Per noi l’unico modo per mettere più soldi nelle tasche degli italiani era abbassare le tasse sul lavoro. Il nostro è un Paese strano, si pagano più tasse sul lavoro che sulle rendite finanziarie. Avevamo chiesto un taglio del cuneo contributivo importante e strutturale. Le risorse c’erano, secondo noi, ma è stato fatto solo per il 2024. In un Paese che spende più di 1.100 miliardi all’anno di spesa corrente, credo che il 4 o 5% della spesa pubblica si potesse riconfigurare per un taglio strutturale, che noi avevamo indicato in due terzi a favore dei dipendenti e un terzo a favore delle imprese, per sostenere la domanda interna, ormai asfittica. Poi avevamo chiesto stimoli agli investimenti. In questa legge di bilancio, inizialmente, a questo era dedicato solo il 9%. Ora, con la riconfigurazione degli obiettivi del Pnrr e con parte del Repower Eu, vengono messi a disposizione circa 6 miliardi. La sfida è metterli subito a disposizione: nel 2023 gli investimenti sono stati pari a zero, bisogna far ripartire la macchina, per poter agganciare la transizione green e digitale. Chiediamo che i decreti vengano scritti insieme alle associazioni datoriali, le uniche che sanno cosa serve realmente alle imprese. Infine, chiediamo riforme, necessarie per rendere il Paese moderno, efficiente, inclusivo, sostenibile. Risolviamo il problema delle disuguaglianze di genere, generazionale, di territorio, a cui non rispondiamo dall’Unità d’Italia».
In qualche caso si può coniugare la redditività con l'etica e la solidarietà. Proviamo con due parole: stent esofageo. Cosa le viene in mente?
«Penso», e qui Bonomi sorride, «che si riferisca al fatto che sabato il nostro gruppo ha inaugurato un nuovo stabilimento e sono molto orgoglioso perché continuiamo a investire e ad aprire stabilimenti in Italia. Lavoriamo nell’ambito medicale e tra il momento in cui pensiamo a un nuovo prodotto a quando riusciamo a realizzarlo passano cinque anni, tra test, certificazioni. Fare ricerca costa ed è difficile, servirebbero fondi stabili. Detto ciò, sono particolarmente orgoglioso, perché questo è un prodotto che non ha mercato. Venderemo dodici o tredici pezzi l’anno. L’ho prodotto dopo aver parlato con il professor Dall’Oglio dell’ospedale Bambino Gesù. Mi parlò dei bimbi che ingeriscono sostanze nocive che brucia loro l’esofago. Diventa impossibile ingoiare cibo, ci voleva qualcosa che aiutasse ad alimentarli e ricostruire le mucose. La ricerca è costosa e impegnativa, ma io ogni volta che vendo un pezzo sono l’imprenditore più felice del mondo. E posso testimoniare che ogni imprenditore in Italia fa qualcosa. Lo Stato arretra sul sociale, non si occupa del patrimonio storico, artistico, culturale. Lo fanno gli imprenditori, in silenzio, sul territorio. Bisognerebbe raccontarlo».
Avete evidenziato come i tassi alti abbiano determinato la contrazione del credito e un netto calo degli investimenti. Ora con l’inflazione in flessione, che peraltro avevate previsto, la Bce dovrebbe fermarsi?
«Non è bello ricordarlo, ma l’avevamo detto. Quando all’inizio dell’anno ci sono state alcune previsioni, Confindustria aveva dato una chiave di lettura corretta. Si disse che gli Stati Uniti sarebbero entrati in recessione: noi avevamo qualche dubbio, e infatti così non è stato. Si disse che la Cina sarebbe riesplosa, ma noi vedevamo alcune bolle, tipo quella immobiliare. Si disse che l’inflazione sarebbe rimasta altissima, mentre noi pensavamo che lo sarebbe stata solo fino a un certo punto. Infatti a fine anno la situazione è cambiata. È vero che la Bce, per mantenere sotto controllo l’inflazione, ha solo lo strumento dell’aumento dei tassi, ma non ci convinceva questo innalzamento così veloce. Il rischio era di entrare in recessione. Il raffreddamento dell’economia è evidente a tutti, soprattutto sono stati scoraggiati gli investimenti. L’inflazione adesso è rientrata e la Bce si trova in una situazione complicata: avremmo necessità di un rientro dei tassi, ma si rischia la svalutazione dell’euro. La storia economica ci insegna che non è solo con l’aumento dei tassi che si tiene a bada l’inflazione, è un insieme di fattori. La Bce deve comprendere che c’è anche un’economia europea al di fuori della Germania, che storicamente ha problemi con l’inflazione».
Ritiene un rischio concreto l’isolamento dell’Italia in Europa per le titubanze sul Mes e il rifiuto degli Eurobond?
«Il Mes in Italia era già sottoscritto: ora si discute della sua revisione, abbiamo già versato 15 miliardi e siamo impegnati per molti di più. Il Mes ha già avuto una serie di variazioni, inizialmente era un strumento per sostenere il debito pubblico, poi per sostenere la sanità durante la pandemia, ora si vuole trasformare in strumento per sostenere i sistemi bancari. Il nostro sistema bancario è solido, dunque non riesco a capire perché non si possa indirizzare verso il mondo imprenditoriale. Perché non trasformare il Mes nello strumento di finanza pubblica europea che non abbiamo?»
La posizione di Confindustria sul salario minimo?
«Per noi non è un tema. Era nato come direttiva europea contro il dumping quando l’Unione ha accolto come membri alcuni Paesi con costo orario molto basso: per coloro che hanno una contrattazione collettiva nazionale per meno dell’80% dei lavoratori, si introduceva il salario minimo. L’Italia ce l’ha superiore. Nella stessa direttiva si dava un valore al salario minimo: per l’Italia sarebbe tra i 6,30 e i 7,20 euro. Invece si parla qui di 9 euro lordi, anche se non è chiaro perché. Ebbene, se prendiamo i contratti nazionali di Confindustria, sono tutti al di sopra dei 9 euro. Secondo noi, invece, dovremmo costruire relazioni industriali moderne. Parliamo di previdenza integrativa, ad esempio: la popolazione invecchia e non ci sono risorse per la sanità pubblica. Incentiviamo i sistemi per l’assistenza e la previdenza».
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