Bussi, oggi la sentenza sulla discarica

A sette anni di distanza dalla scoperta del sito inquinato, arriva il verdetto per i 19 vertici della Montedison
CHIETI. «L’avvelenamento delle acque che dura ancora oggi», «la strategia d’impresa per fare denaro», la necessità di una sentenza storica e unica in Italia perché, il caso Bussi, come hanno detto i due pm, non «è quello della Thyssen» e, quindi, «giudici, date all’Italia la prima condanna per disastro doloso, per avvelenamento doloso: non uniformatevi come invece chiedono gli avvocati». Le difese della Montedison escono a pezzi nella requisitoria dei pm Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli che hanno demolito avvocato per avvocato, arringa per arringa con documenti, prove, frasi a effetto puntando, nella conclusioni, a toccare i cuori dei giudici: «E’ pensando alla responsabilità verso le generazioni future che vi chiediamo di pronunciare una sentenza di verità su Bussi». Cos’è accaduto a Bussi? Ecco la versione dei pm nel giorno delle repliche.
«Strategia impresa per fare denaro, dane’, grana». «La chiave di lettura dei fatti risiede nella logica dell’impresa volta al profitto. Gli imputati», hanno spiegato i due pm, «hanno agito in ossequio a strategie aziendali. Cosa fa Montedison Ausimont quando scarica nel fiume e nella terra i veleni? Fa denaro, dane’, grana», ha detto Bellelli. Legnate contro legnate perché se i due avvocati più altisonanti del processo, l’ex ministro della giustizia Paola Severino e il professor Tullio Padovani, non avevano avuto peli sulla lingua nelle loro arringhe anche Bellelli non si è tirato indietro “mangiandosi”, intanto, proprio l’ex ministro. «La professoressa Severino», ha attaccato il magistrato, «ha esordito affermando che “logica di impresa e del profitto” sono sul banco degli imputati ma questo non è ammissibile in aula di giustizia ma solo in un dibattito mediatico».
Bellelli contro l’ex ministro. Ed ecco la replica di Bellelli: «Affermare che in tribunale non si processa la strategia di impresa è una pretesa che contrasta con la Costituzione. La strategia d’impresa è invece tema nel processo, anche se non piace alle difese Montedison». Perché gli imputati devono essere condannati? «Perché nel nostro caso», dice Bellelli, «la strategia di impresa è il movente che ha determinato le condotte commissive e omissive di ciascuno degli imputati. La strategia d’impresa è una connotazione del dolo altro che dibattito mediatico!».
«Si inquina anche oggi». Poi il pm passa all’avvelenamento e si auto schernisce quando riconosce che «sì, forse come dicono gli avvocati il capo d’imputazione ha dei difetti. Quali? Un difetto temporale perché l’avvelenamento continua anche oggi per effetto delle condotte degli imputati che hanno mantenuto, occultato e taciuto le fonti di inquinamento».
Il pm: Bussi non è il caso Thyssen. Gli imputati come ostaggi della procura, aveva detto Padovani nella sua arringa. «Sono ostaggi di Edison», è invece l’atto d’accusa dei pm, «è Montedison Ausimont che li ha voluti inquinatori ed è Edison che si sottrae al giudizio come responsabile civile e manda avanti i loro volti e le loro età avanzate. Siete voi che li mettete davanti come ostaggi, che cercate di sottrarre Edison dai costi di bonifica come ha affermato incredibilmente la professoressa Severino che ha detto che è lo Stato che deve pagare. Essendo avvocato di parte privata, non dobbiamo meravigliarci!». Tutti i processi per reati ambientali italiani sono stati passati al setaccio nella requisitoria e da tutti i magistrati hanno preso le distanze: «Il caso Thyssen», hanno concluso, «non è quello di Bussi perché noi non abbiamo l’evento di morte. Per affermare che vi è dolo dobbiamo vedere se c’è stata o meno consapevolezza di esporre al rischio la popolazione. Ed è in dubbio che vi è stata consapevolezza del reato».
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