Cala il numero dei disoccupati: i segnali della ripresa post Covid

Ma l’economista Mauro avverte: «Presto guerra e rincari faranno peggiorare la situazione»
Disoccupazione in picchiata dopo la crisi dovuta alla pandemia. Lo dicono gli enti di statistica Eurostat e l’Istat, secondo cui nel 2021 l’Abruzzo aveva un tasso di disoccupazione del 9,3%,due punti in meno rispetto a prima del Covid. Ma secondo i dati provvisori del 2022 il dato è perfino in calo: quello italiano è all’8,3%, mai così basso dal 2011 a questa parte.
L’occupazione in Abruzzo, però, sembra andare a due velocità. Da una parte la disoccupazione è in calo nel Chietino e nel Teramano, dove è addirittura al solo 7,1%. Dall’altra cresce nell’Aquilano e nel Pescarese, con quest’ultima che ha il tasso di disoccupazione più alto in regione al l’11,5%.
«Il calo della disoccupazione è dovuto alla ripresa che l’economia italiana e abruzzese aveva avviato dopo la pandemia, ma soprattutto con contratti precari a tempo determinato. La congiuntura attuale, con la guerra in Ucraina e l’inflazione in crescita, però, rischia non solo di fermare la discesa della disoccupazione, ma anche di impoverire imprese e famiglie», avverte l’economista e docente universitario abruzzese Pino Mauro.
Il CALO Durante IL COVID
Secondo i dati ufficiali dell’Eurostat, l’Abruzzo è entrato nella pandemia del Covid con un tasso di disoccupazione molto più alto di quello attuale. Nel 2019, infatti, il tasso era dell’11,2%, superiore al 10 della media nazionale. Nel 2020, scoppiata l’emergenza sanitaria, l’Abruzzo era già calato al 9,3, in linea con l’Italia, mantenendo lo stesso tasso anche nel 2021.
Secondo l’Istat, invece, la provincia che ha un tasso di disoccupazione più basso in regione è il Teramano: 7,1 nel 2021 – quindi ben sotto alla media nazionale – mentre nel 2020 era del 9,7. In calo anche il Chietino, passato dall’11,1 al 9,9 attuale. In crescita invece nell’Aquilano: disoccupazione dall’8,4 del 2020 al 9,8 del 2021. Stesso trend anche per il Pescarese, che al momento ha il tasso di disoccupazione dell’11,5, mentre nel 2020 era del 9,9. Secondo Mauro, il divario tra le province abruzzesi potrebbe essere motivato dal fatto che «Teramo e Chieti hanno una componente industriale molto forte, a differenza di Pescara e L’Aquila che hanno invece una grande estensione del settore dei servizi».
IN CALO ANCHE NEL 2022
Nei giorni scorsi, oltre ad aver diffuso i dati definitivi del 2021, l’Istat ha reso pubblici anche quelli provvisori del 2022, che mostrano un ulteriore calo del tasso di disoccupazione a livello nazionale, di quasi un punto percentuale. «A marzo 2022, rispetto al mese precedente, la crescita del numero di occupati si associa alla diminuzione dei disoccupati e degli inattivi», si legge nella relazione Istat, che continua: «L’aumento dell’occupazione coinvolge le donne, i dipendenti e le persone con più di 24 anni di età; l’occupazione rimane sostanzialmente stabile tra gli uomini, mentre diminuisce tra gli autonomi e i più giovani (15-24 anni). Il tasso di occupazione sale al 59,9% (+0,3 punti). Il tasso di inattività scende al 34,5% (-0,2 punti)».
Quindi nello specifico sulla disoccupazione: «Il calo del numero di persone in cerca di lavoro (-2,3%, pari a -48mila unità rispetto a febbraio) si osserva per le donne e nelle classi d’età centrali. Il tasso di disoccupazione scende all’8,3% nel complesso (-0,2 punti) e sale al 24,5% tra i giovani (+0,3 punti)».
I TIMORI DELL’ESPERTO
L’economista Mauro frena però gli entusiasmi sui dati resi pubblici da Eurostat e Istat. «Il calo del tasso di disoccupazione è ancora condizionato positivamente dalla ripresa che era partita nel 2021, dopo i momenti più duri della pandemia. Ora però questa si sta scontrando con la congiuntura e con il conflitto, prima di riuscire ad assorbire il calo del Pil e dei mesi dell’emergenza sanitaria», spiega Mauro, continuando: «Il calo della disoccupazione è quindi destinato a fermarsi presto, in linea con le previsioni del Pil, che si sono ridotte notevolmente dopo lo scoppio della guerra».
Quindi nel dettaglio: «Nel 2020, in piena pandemia, il tasso di disoccupazione stava già scendendo, nonostante un calo occupazionale e del Pil. Sembra un controsenso, ma questo succedeva perché era diminuita la forza lavoro. Nel 2021 è invece tornata a crescere l’occupazione e anche la forza lavoro. Il tasso di disoccupazione l’anno scorso è sceso quindi per la ripresa. Ma si tratta almeno per un 80% di nuove assunzioni precarie a tempo determinato, che lasciano quindi incertezza». Continua l’economista: «La ripresa la si poteva riscontrare anche nei dati sulle esportazioni e sul Pil. Ma già sul finire del 2021 abbiamo visto i primi segnali di carenza di componenti per l’industria, come i semiconduttori. Poi nel 2022 la carenza è esplosa per tutte le materie prime, agganciandosi all’aumento del prezzo del gas. L’effetto è stata la crescita dei prezzi, che ha riportato l’inflazione ai livelli del 1991. Questo ha effetti negativi sull’industria e sui redditi bassi: si rischia di allargare la fascia di povertà».

