Campi, cucito e preghiere: così le suore benedettine vivono il loro isolamento

Sveglia alle 5.30 e a letto alle 20.45. Il racconto di una monaca di 28 anni: «La vocazione è come quando ci si innamora, è una scelta radicale e convinta»
TAGLIACOZZO. Il coronavirus ci ha costretto a rimanere chiusi in casa per qualche mese, ed è stata una sofferenza indicibile. Per alcuni invece il lockdown sarà per sempre e sono felici. È il caso delle monache benedettine del monastero di Tagliacozzo – nato intorno all'anno Mille – per le quali l'isolamento dal mondo esterno è una scelta di vita. Trascorrono la giornata alternando la preghiera al lavoro, come impone la Regola di San Benedetto da Norcia, dettata nel 540, ed esse l'osservano rigorosamente. Varie le attività svolte: c'è chi rammenda, chi ricama, chi lavora all'uncinetto, chi prepara i dolci (molto richiesti), chi si prende cura dell'orto da cui le religiose traggono in parte i prodotti (ortaggi, legumi, carne, uova, frutta, miele, verdure, conserve, liquori ) necessari al proprio sostentamento. Lavoro che le religiose svolgono nel più totale silenzio. A guidarle da 21 anni è la badessa suor Donatella di Cappelle sul Tavo (Pescara), una donna intelligente, colta, dinamica. Nell'era della globalizzazione, la scelta di vita claustrale potrebbe apparire anacronistica. Per papa Francesco, nella realtà attuale «che obbedisce a logiche di potere economiche e consumistiche, queste religiose hanno un'importante "missione" da compiere: portare la buona notizia del Vangelo all'uomo contemporaneo».
«La Chiesa e il mondo», ha scritto il pontefice nell'ultima Costituzione apostolica, pubblicata nel 2016, «hanno bisogno di voi come “fari” che illuminano il cammino degli uomini e delle donne del nostro tempo». La badessa, gentilmente, come aveva fatto 10 anni fa, ha concesso al Centro il privilegio di varcare la soglia del monastero per un'intervista. Dovendo suor Donatella seguire di persona i lavori di restauro del convento, ha delegato una giovane suora.
È suor Chiara, al secolo Francesca Romano. È di Avezzano e ci accoglie con un sorriso che infonde serenità. Ascoltandola, non ci vuole molto a capire che è una persona con le idee chiare, una forte personalità e felice della scelta di vita fatta.
Quando ha deciso di diventare monaca di clausura?
«A 28 anni».
Come è arrivata a questa scelta radicale?
«La vocazione non si può spiegare. Nasce dentro, è come innamorarsi».
La sua famiglia come ha reagito di fronte a questa scelta?
«Un giorno ho detto loro: tra 15 giorni entro in monastero. Mia madre mi ha abbracciata. Mio padre, che è anche diacono, mi ha chiesto: “Ne sei sicura? È una scelta difficile”. Ma ormai avevo deciso».
Perché ha scelto la clausura invece dell'impegno diretto tra la gente?
«Le scelte radicali mi hanno sempre attratta. Quando si è giovani, non esistono le mezze misure: si anela a orizzonti più alti, si vuole tutto e per sempre. Si crede all'amore eterno».
Ci sono stati momenti in cui ha avuto dubbi sulla decisione?
«I dubbi ci sono sempre. Siamo esseri umani con le nostre debolezze. Ma più ti lasci permeare da Dio, più i dubbi scompaiono».
La vostra comunità di quante religiose è costituita?
«Da otto. Hanno un'età compresa tra 30 e gli 80 anni e sono di diversa estrazione sociale e culturale».
Vi sono ancora vocazioni alla vita claustrale?
«La crisi vocazionale esiste: le cause vanno ricercate nella società che cambia, in un mondo sempre più distratto, e anche nella Chiesa che forse ha saputo essere più maestra che testimonianza. Nonostante tale crisi, però, c'è una costanza nell'abbracciare la vita contemplativa».
Qual è la vostra missione?
«La nostra può apparire una scelta di vita improntata alla chiusura più che all'apertura verso il prossimo, una fuga dal mondo. Non è cosi. E vorrei spiegarlo con le parole di Papa Francesco: “La vostra scelta non è fuggire dal mondo per paura, come alcuni pensano. Voi continuate a stare nel mondo senza essere del mondo e, benché separate da esso, non cessate di intercedere costantemente per l'umanità”».
Come riuscite ad espletarla?
«Applicando la Regola dell'Ordine benedettino basata sul lavoro, la preghiera e l'accoglienza. Suor Donatella, in tutti questi anni, ha cercato di aprire la comunità al mondo esterno. Ogni anno, per la giornata dedicata alle claustrali, varie religiose della vita attiva della Diocesi vengono al monastero di Tagliacozzo per un incontro di preghiera e di condivisione fraterna. È stata anche ristrutturata la foresteria – luogo dove viene accolto l'ospite – per dare la possibilità a chi lo voglia di partecipare alla preghiera monastica e di avere una guida spirituale da parte delle monache. In luglio e agosto poi la comunità si sposta nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano, annessa al monastero, per dare la possibilità ai tagliacozzani e ai turisti di unirsi alla liturgia delle suore».
Che tipo di informazione passa in Monastero?
«Leggiamo l'Avvenire, qualche volta sentiamo il telegiornale e usiamo anche i social network, ma con accortezza».
Potete uscire dal convento?
«Sì, per andare dal medico, per votare e per la festa del Volto Santo, che si celebra la domenica in albis».
Quali sono i ruoli e la gerarchia all'interno del convento?
«La badessa, eletta dalla comunità stessa, ha il compito di animare e organizzare la vita monastica». Secondo San Benedetto essa fa le veci di Cristo. E le monache le devono obbedienza. È giunta l'ora del commiato. Sono le 17.30 e sta per iniziare il canto del Vespro. La giornata delle benedettine, iniziata alle 5.30, con la "levata", termina alle 20.45, con l'ultima preghiera, la "compieta". Poi si ritirano, ciascuna nella propria cella, ed è silenzio assoluto fino all'indomani. Così da mille anni.

