Capitò anche a Camplone: «Ma io ci ho sorriso»

Scritte sul suo stabilimento quando allenava il Bari: «Pescara è la mia città, il lavoro è un’altra cosa»
PESCARA. C’era capitato anche lui, quando allenava il Bari. Neanche Andrea Camplone, bandiera del calcio pescarese, era stato risparmiato dalla faziosità cieca di qualche tifoso che la mattina della partita di Pescara-Bari, a gennaio 2016, gli andò a imbrattare lo stabilimento balneare, lungo la Riviera nord con scritte contro di lui e contro la squadra che allenava. Camplone non gli diede peso, disse che tanto doveva ritinteggiare quei muri.
Che cosa si sente di dire oggi che è accaduto di nuovo, ai danni di Grosso?
Bisogna capire che la propria città è una cosa, il lavoro è un’altra. Se lavoro per il Pescara, do il massimo per il Pescara. Ma se lavoro per un’altra squadra devo fare il massimo per la squadra per cui lavoro. Capisco che tra le due tifoserie c’è tanta rivalità, ma io posso lavorare a Bari o in un’altra città. È il lavoro. L’appartenenza è un’altra cosa.
Come la prese quando vide quelle scritte sul suo stabilimento?
Ci ho sorriso. Non puoi prendertela con una tifoseria solo per tre-quattro scalmanati. Io vivo a Pescara, vivo per il Pescara. È la squadra della mia città. Non ha senso colpevolizzare la tifoseria per pochi.
Che si sente di dire a Grosso?
Non ha bisogno di consigli, ha le spalle grandi, sta facendo un buon lavoro. Evidentemente, sarà stato lo stesso gruppo.
Per chi tiferà domani (oggi)?
Per chi tiferò? È una domanda superflua. Sono di Pescara, ho indossato la maglia del Pescara, Pescara è la mia città. Non c’è neanche bisogno di dirlo. Il lavoro è un’altra cosa, e io non dimentico che a Bari mi hanno accolto benissimo. È una città splendida che non conoscevo e in cui sono stato veramente bene. Speriamo sempre che vinca lo sport.
(s.d.l.)
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