Carceri senza personale: mancano 250 poliziotti

24 Giugno 2021

A Sulmona c’è la carenza maggiore, ma l’emergenza coinvolge anche Teramo I sindacati manifestano compatti davanti alla Regione: chiedono tutela e dignità

L’AQUILA. Alle carceri abruzzesi e molisane mancano 250 agenti di polizia penitenziaria. A lanciare l’allarme sulle carenze di organico sono le segreterie regionali dei sindacati di categoria Sappe, Osapp, Uil Pa Pp, Uspp, Fns Cisl, Fsa Cnpp e Fp Cgil, che ieri mattina hanno tenuto un sit-in all’Aquila davanti Palazzo Silone, sede della giunta regionale.
«La misura è colma», affermano. «Chiediamo tutele e dignità per i poliziotti penitenziari che, quotidianamente, vivono in inaccettabili situazioni di disagio, vittime di aggressioni, carichi eccessivi di lavoro, prestazioni obbligatorie di straordinario, continui richiami in servizio, ferie accumulate e non godute».
IL COVID. A peggiorare un quadro già preoccupante, dicono i sindacati, c’è stato il Covid, che ha amplificato una situazione di disagio diffuso, andando a incidere sull’organizzazione del lavoro e dei servizi. Tra le situazioni più preoccupanti, c’è quella del carcere di Sulmona, dove c’è una mancata copertura di circa 50 unità rispetto alla pianta organica e dove ci sono stati circa 100 contagi tra i detenuti e più di 30 tra il personale. Le carenze di personale, sottolineano i sindacati, riguardano tutte le figure. A mancare non sono solo i poliziotti penitenziari che assorbono le tensioni.
Mancano anche educatori e funzionari del settore contabilità. Tra settembre e ottobre, dovrebbe aprire anche il nuovo padiglione, un ampliamento a fronte del quale la popolazione dei detenuti, che attualmente è di 400 unità, salirà a 650. A quel punto, serviranno 90 unità di personale da assumere per la gestione delle situazioni ordinarie. Situazione critica anche nel carcere di Teramo, dove mancano 80 unità in tutti i ruoli e dove c’è un sovraffollamento carcerario di oltre il 50% rispetto ai posti disponibili.
SAPPE. Sotto la sede della Regione, ieri, c’erano anche i rappresentanti del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, che ha stigmatizzato la decisione del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese di costituirsi parte civile al processo che avrà luogo per i fatti accaduti l’11 ottobre 2018 nel carcere di San Gimignano, per cui sono imputati alcuni poliziotti che, secondo gli inquirenti, avrebbero provocato sofferenze acute e fisiche a un detenuto tunisino di 31 anni.
«Il nostro totale disaccordo, che dà voce alla evidente preoccupazione di tutti i poliziotti penitenziari, non è certo dovuto alla doverosa iniziativa di procedere con l’accertamento dei fatti attraverso un giusto processo», hanno spiegato gli agenti. «Il nostro totale disaccordo è nei confronti di un ministro che invece di rimanere super partes si schiera, con evidente pregiudizio, contro i suoi uomini, contro coloro che ogni giorno sacrificano le proprie famiglie, i propri affetti, le proprie passioni per assicurare, in condizioni quelle sì disumane, lo svolgimento dei compiti affidati».
LA POLITICA INTERVENGA. I sindacati, che ieri hanno avuto un incontro con il capo segreteria della presidenza della Regione, Etel Sigismondi, denunciano «la scarsa attenzione che, negli anni, e ancor di più negli ultimi mesi, è stata riservata dalla politica a un settore così delicato come quello della polizia penitenziaria e in generale all’intero mondo degli istituti penitenziari. La carenza di poliziotti e civici che lavorano all’interno degli istituti non può più perpetuarsi. In questi mesi abbiamo assistito a continui fenomeni di rivolta dentro le carceri, diventate bombe a orologeria. Solo e soltanto per la professionalità dei poliziotti penitenziari è stato possibile gestire l’emergenza. È chiaro, però, che non ci si può affidare alla buona volontà e alla professionalità degli operatori: c’è bisogno di un intervento deciso, definitivo, rispetto ai problemi che denunciamo da tempo».