Casale: non è affatto finita La guardia va tenuta alta

2 Aprile 2020

Il presidente dell’Ordine dei medici di Chieti raccomanda di avere pazienza «Si intravede un barlume di speranza, ma bisogna continuare a stare a casa»

L’AQUILA. «Fate parlare la scienza. Adesso più che mai, non bisogna abbassare la guardia». È più di un invito, quello che Ezio Casale, da 14 anni presidente dell'Ordine dei medici di Chieti, rivolge ai cosiddetti opinion leader, «quelli che parlano di epidemie solo perché hanno letto qualcosa su internet». Casale guarda con perplessità anche alla passeggiata con i figli, sotto casa, per sgranchirsi le gambe.
Lei ha lanciato un appello a non abbassare la guardia. Perché?
«Sono molto infastidito. E lo dico riproducendo un'immagine: quella di alcuni soldati sul campo di battaglia, che portano sulle spalle i muli per evitare che calpestino le mine, facendo saltare tutti in aria. Ecco, non lasciamo troppo liberi gli “asini”. È opportuno far parlare chi conosce la materia e può realmente analizzare l'andamento dell'epidemia da Covid-19. Instillare nella gente un facile ottimismo non paga: spinge a far credere che la battaglia è vinta e che stiamo per uscire fuori dal guado. Ma non è così».
Qual è, allora, la situazione?
«Esiste sempre un conflitto tra le esigenze economiche e sociali del vivere quotidiano e quelle sanitarie, riferite alla tutela della salute pubblica. Siamo in un momento in cui, anche in Abruzzo, si comincia a intravedere un barlume e il trend dei contagi comincia a scendere anche se, nelle passate epidemie, ci sono sempre state delle curve con ritorni e nuovi picchi. L'andamento attuale fa ben sperare, significa che le misure restrittive hanno dato i risultati sperati, ma il virus continua a circolare».
In che modo?
«Attraverso i portatori sani. Il conteggio che facciamo è solo sui Covid positivi, ma vista anche la percentuale di decessi nettamente superiore in Italia rispetto agli altri Paesi, si può ipotizzare un legame con fattori anagrafici, ovvero l'anzianità della popolazione. Più probabile una correlazione con il numero totale dei contagiati, nettamente superiore a quello dichiarato ufficialmente. Il conteggio è molto più alto, in quanto annovera anche i contagiati che non sono stati testati perché asintomatici o paucisintomatici, con pochi sintomi; il che contribuisce ad ampliare la platea di chi è affetto da coronavirus. L'unica arma che abbiamo, al momento, contro il Covid-19 è tenere le distanze, lasciare la gente a casa».
Quando la discesa potrà dirsi significativa?
«Solo quando la curva dei contagi diminuirà notevolmente. Allora potremo cominciare, con molta precauzione, a ridurre le misure restrittive. Contestualmente, andrebbe potenziata la medicina del territorio per intercettare nuovi casi positivi, aumentando il numero dei tamponi nei soggetti a rischio, a partire dal personale sanitario, per isolare ogni nuovo, potenziale, focolaio».
Il pericolo di una recrudescenza dell'epidemia è dietro l'angolo?
«Sì, lo dimostra quello che sta accadendo a Hong Kong e a Singapore dove, allentando in modo esagerato le misure restrittive, si sono sviluppati nuovi focolai ed è ripartito il contagio».
E la passeggiata sotto casa con i bimbi?
«La pericolosità non sta nell'aver detto che i bambini possono uscire a prendere una boccata d'aria, accompagnati da un solo genitore. Tutto sommato non è lì il problema, anche se è opportuno stare molto attenti perché, per loro stessa natura, i bimbi sono portati a toccare tutto, a mettere le mani in bocca, ad avere un contatto fisico con il mondo che li circonda. È sbagliato il messaggio che un simile provvedimento può ingenerare: un facile ottimismo che potrebbe indurre la gente a sfidare la sorte, a uscire più spesso a fare la spesa e ad allentare le maglie delle restrizioni».
Teme questo tipo di reazione?
«Siamo italiani. Un popolo abituato a relazionarsi facilmente alla socialità e al calore umano. Quello di stare in casa è un sacrificio che stiamo facendo tutti e che dobbiamo portare avanti. Non è questo il momento di mollare. Stiamo lottando, ma non abbiamo vinto nessuna guerra ancora. Il mio non è pessimismo: dobbiamo e sere realisti e concreti nelle misure da adottare».
Quindi, i bambini vanno lasciati a casa?
«Direi di sì. Non c'è alcun bisogno di incentivare i genitori ad uscire con i figli, seppure per due passi sotto la propria abitazione. Serve ancora un po' di sacrificio: dobbiamo convincere noi stessi, e gli altri, che non abbiamo ancora sconfitto il nemico».
Per allentare la morsa bisognerà aspettare molto?
«È difficile ipotizzare tempistiche, ma un dato è certo: contro il coronavirus non abbiamo terapie e neppure vaccini. Siamo solo in grado di contenere il numero dei contagi mantenendo le distanze e impedendo al virus di diffondersi. La raccomandazione è sempre la stessa: restare a casa e avere pazienza».
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