Castelguidone, il paese dove nessuno si candida «È la sconfitta di tutti»

Nel borgo dell’Alto Vastese in campo soltanto le forze dell’ordine «Dobbiamo fare tesoro di quanto accaduto, ci rifaremo presto»
CASTELGUIDONE. No, dai, non chiamatelo smacco. Meglio scacco, visto che siamo a lu Cuastìlle, paese che nello stemma ha quattro torri merlate alla guelfa tra dritte, coricate e rovesciate. Scacco matto, verrebbe da aggiungere: una sola mossa, imparabile, che ha messo fine alla partita. Anche perché, a parità di condizioni, tenere qualcuno in scacco è meglio che patire uno smacco. E la rivincita, come succede nelle partite sul tavoliere con i quadrati bianchi e neri, è sempre possibile. Auspicabile, in questo caso. Anche perché ne va dell’orgoglio di questa terra montuosa che sovrasta la vallata del Trigno. La scacchiera qui, nell’Alto Vastese, si chiama Castelguidone, 334 abitanti. Il “re” - il sindaco uscente, tanto per restare in tema di mosse dell’arrocco - anche potendo continuare a svolgere il suo ruolo, non si è ricandidato per il terzo mandato - la legge glielo consente perché il Comune ha meno di 5mila abitanti - ma nessuno dei suoi pezzi pregiati tra alfieri, torri e cavalli ha voluto ereditare lo scettro. Ed ecco che il castello è rimasto senza sovrano e senza marchesi. È poi arrivato un aspirante “maestà” da molto lontano il cui attacco al maniero ormai sguarnito è diventato un gioco da ragazzi. Ora, per validare la cattura della roccaforte, è necessario che il 40% più uno del popolo vada alle urne. E già così la partita si fa in salita perché tutto dipende - come in un controscacco - dalla risposta dei residenti. Ma al seggio, dalle ultime indiscrezioni che girano, andranno in pochi.
SCONCERTO NEL BORGOÈ successo che Donato Sabatino, il sindaco uscente, direttore di tre punti operativi bancari in altrettanti paesi del comprensorio, abbia deciso di non ricandidarsi alle elezioni comunali di domenica prossima. Scelta legittima. Nessuno del paese si è deciso a farlo al posto suo - meglio sarebbe dire che un tentativo è fallito - ma è giunto un gruppo civico da altre regioni con rappresentanti delle forze dell’ordine all’interno, e ha depositato la lista alla segreteria del Comune. La commissione elettorale ha validato il procedimento e sul manifesto all’ingresso del seggio, gli elettori domenica troveranno il simbolo di “Rinascita Italia” con candidato sindaco Guglielmo De Santis, nato a Gallipoli, e con 8 candidati consiglieri anche loro di altre regioni. Tutto in regola, sia chiaro. Ma resta lo sconcerto in questo borgo per l’assenza della lista “indigena”. Per chi volesse sostenere De Santis e i suoi, “Rinascita Italia” propone agli elettori di impegnarsi per la castrazione chimica e l’ergastolo per i reati di violenza sulle donne e sui bambini; la difesa della vita in ogni sua forma, specie e condizione (no all’aborto no all’eutanasia, no al fine vita assistito, no al testamento biologico); no alle coppie gay e di fatto e il no alle adozioni per le coppie gay; stop all’immigrazione clandestina, rimpatrio assistito e coatto dei clandestini; no all’Europa delle banche e degli eserciti; difesa in Italia e in Europa delle comuni radici cristiane; gemellaggio con comuni che abbiano culture e tradizioni popolari simili o uguali; riduzione delle tasse ed esenzione totale per le famiglie con disabilità.
IL SINDACO USCENTE«Quando cinque anni fa mi sono ricandidato per la seconda volta», spiega Donato Sabatino, «avevo già annunciato che sarebbe stato per me l’ultimo mandato, il secondo di fila. Gli impegni di lavoro non mi consentono più di svolgere al meglio l’attività di sindaco. Ora, anche quelli che stavano con me in amministrazione comunale hanno deciso di non candidarsi. C’è stato il tentativo di un nostro compaesano che non abita qui ma che ci teneva a proporsi con una lista di candidati giovani e senza precedenti esperienze per creare un clima nuovo e di unità, evitando contrapposizioni e lacerazioni, ma questa iniziativa è saltata. Sono dispiaciuto per l’epilogo», sottolinea Sabatino, «e mi chiedo: è mai possibile che in paese non ci sia stata la volontà di trovare una soluzione per mettersi al servizio della comunità per cinque anni? Si poteva pensare a un giro di candidati sindaci a turno, ogni 5 anni, anche per far fare nuove esperienze. Ciò avrebbe evitato il commissariamento che ormai è scontato».
IL TENTATIVO FALLITOMario Di Paolo, chirurgo ginecologo, originario di Castelguidone ma nelle Marche per lavoro, già sindaco di Bucchianico per due mandati dal 2004 al 2014 ed ex consigliere provinciale con Enrico Di Giuseppantonio presidente, ha provato a mettere su una lista, ma alla fine ha rinunciato. «Ho deciso alla fine di non candidarmi, gli impegni mi avrebbero limitato nella guida del paese. Forse», dice Di Paolo, «un periodo commissariale non è da vedere negativamente. Può darsi che la prossima volta riesco a fare una squadra e mi impegnerò di più. Non abito a Castelguidone, ma torno volentieri al paese spessissimo, qui ho casa. Mi è mancata la convinzione finale per scendere nell’arena e guidare il paese, così ho deciso di fermarmi lasciando il posto ad altri, ma mi è dispiaciuto che non si siano presentate liste locali. Le anticipo che non ci sarà una seconda volta senza...una lista di qui. La prossima volta la metterò su tranquillamente, anche perché devo fare qualcosa per questo borgo dove vengo volentieri nei fine settimana. La mia famiglia è di Castelguidone, un paese che amo, e se posso mettere la mia esperienza a disposizione di tutti, lo faccio volentieri. Ho amministrato Bucchianico, paese più grande, con tutte le difficoltà che c’erano, sono ben integrato nella pubblica amministrazione e non mi spaventa amministrare. So anche che riscuoto la simpatia di tutti, trasversalmente».
L’ADDIO DELLA POLITICADon Alberto Conti qui è parroco da una vita. È anche il responsabile Caritas della diocesi di Trivento e fondatore della Scuola di formazione politica Falcone e Borsellino. «Il problema di fondo», dice, «è che i piccoli paesi sono abbandonati dalla politica e si stanno spopolando. Un solo esempio: è un anno che non c’è più l’ambulatorio medico: bisogna andare a Schiavi d’Abruzzo o a San Giovanni Lipioni per le cure. Qui non c’è più nulla da amministrare, le risorse economiche sono poche e ciò scoraggia qualche volenteroso che vorrebbe candidarsi. Quello che è accaduto è comunque una brutta pagina per il paese e anche una sconfitta della democrazia: penso al diritto di voto, alla partecipazione. Ma è un qualcosa di già visto in altri paesi e, purtroppo, succederà ancora. Su questo fronte», sostiene don Alberto, «è la politica che deve dare risposte, non la Chiesa. Ma è anche vero che siamo rimasti in pochi e chi lavora sta fuori tutto il giorno ed è difficile trovare tempo per amministrare la cosa pubblica. È venuto il momento in cui si affronti la questione dell’unione tra più comuni per puntare ad avere più servizi e risorse. Spero che questo tempo in cui il Comune sarà in mano al commissario, porti a una riflessione utile a formare un bel gruppo di persone che si impegni per il bene comune». L’invito a lu Cuastìlle è partito. Questa volta senza mosse false.
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