«Cercammo gli studenti girando nei paesi»

Gli aneddoti svelati dal primo prof e dagli alunni Falcone e Francini, oggi re della dolciaria pescarese
PESCARA. Girando di paese in paese e chiedendo ai giovani: vuoi venire a scuola di cucina? Era il 1968. Dieci lustri fa. Così, con il sacrificio del preside Giuseppe D’Incecco e dei primi docenti, è cominciata l’avventura della “Scuola Alberghiera” di Pescara.
«Occorrevano una sessantina di ragazzi per formare le prime tre classi», ricorda il professor Nicolò Di Garbo, «girammo i paesi nei dintorni in cerca di studenti. Per incentivarli alle iscrizioni, stabilimmo che per i primi due anni, i nuovi iscritti sarebbero stati esonerati dal pagamento delle tasse scolastiche e avrebbero avuto libri e mensa gratuiti». Riuscirono nell’intento i coraggiosi primi docenti, tra cui Domenico Morrone e Giorgio Esposto. Insieme hanno scritto pagine di storia dell’istituto che avrebbe dovuto aprire i battenti il 1° ottobre del 1968. «Tutte le scuole aprirono regolarmente», scava nella memoria Di Garbo che oggi sarà presente alla festa per i 50 anni dell’Alberghiero, «ma per la nostra scuola l’apertura tardava perché non erano pronte le aule. Non erano ancora state svuotate delle masserizie e dovevano essere tinteggiate». Così, presidi, professori e la bidella Ferrara, indossarono tute e impugnarono pennelli per ridipingere i locali. Il Comune fornì banchi e sedie e la scuola ebbe inizio a fine novembre, primi di dicembre» non prima di aver acquistato gli strumenti del mestiere.
«Il preside», prosegue Di Garbo, «ci mandò da un suo conoscente per acquistare a credito un fornello di emergenza a tre fuochi. I tavoli ce li costruì un falegname di Montesilvano. Contemporaneamente, D’Incecco convocò i fornitori di frutta e verdura e un macellaio ai quali spiegò le necessità della scuola garantendo personalmente per il saldo delle forniture».
Gianfranco Falcone, imprenditore dell’omonima dolciaria, aveva la cucina nel sangue da ragazzo e voleva «frequentare la scuola alberghiera contro la volontà dei miei genitori che avrebbero preferito che io facessi ragioneria perché ero bravo in matematica». Però, in quel periodo del 1968, la scuola non era ancora a Pescara, bensì all’hotel Perla di San Benedetto del Tronto dove lui «si recò in treno per andare a chiedere informazioni». Casualmente, un paio di giorni dopo, al ritorno a Montesilvano, Falcone incontrò un amico per strada che gli parlò dell’istituto che stava per nascere. «L’indomani» ricorda l’imprenditore, «inforcai la bici e cercai la scuola che non riuscii a trovare subito. Vidi dei muratori che lavoravano davanti al Grand Hotel chiuso da anni. Entrai nella struttura e trovai quel «grande papà che fu per noi» D’Incecco che mi accolse con queste parole: «Benvenuto figliolo, dimmi tutto». Gli dissi: voglio iscrivermi. E lui: “Benvenuto tra noi, sei il primo alunno”».
Pierluigi Francini, imprenditore del dolce amato dal Vate, ricorda il collegio Aterno, attuale sede dell’Alberghiero, «come una grande istituzione culturale e di prestigio. A Pescara lo è stata per decenni». L’amarcord di Francini affonda nelle radici familiari: «Il collegio confina tuttora con un villino dove nel dopoguerra risiedeva la famiglia di mia madre, quella di Luigi D’Amico, che ivi rimase dal 1944 al 1953. Mamma e papà, che insegnava Lettere in collegio, si conobbero» nell’attuale sede dell’Alberghiero «luogo dei ricordi più cari, qui giocavo a pallavolo». Per tale ragione «sono lietissimo di vederlo destinato ad un istituto così importante, perché promotore della cultura, della tradizione gastronomica e dell’ospitalità tipicamente abruzzese». (c.co.)

