Chemioterapia, ore in attesa per la visita
Ospedale, protesta dei familiari di un paziente: negati privacy e rispetto. E le sedie per le infusioni hanno i braccioli rotti
PESCARA. Non è una protesta, perché purtroppo nelle condizioni in cui si trovano certi pazienti spesso manca la forza anche per protestare. Ma è un appello, un appello all’umanità e al rispetto quello che fanno i familiari di un paziente che suo malgrado si trova a dover fare la chemioterapia nel reparto di Oncologia dell’ospedale civile.
«È successo anche questa volta, l’appuntamento per l’infusione era alle 11 e, insieme a 30-40 persone, abbiamo dovuto aspettare fino alle 13,10 per poter fare il trattamento che già di per sè crea ansia e agitazione. Ma perché devono trattarli in questo modo?», si chiede il familiare di un giovane affetto da un tumore che lo costringe alla chemioterapia. «È entrato alle 13,10 e ne è uscito poco prima delle 19, dopo che era arrivato al quinto piano dell’ospedale alle 10,45, anche in anticipo rispetto all’appuntamento».
Ma non sono solo i ritardi e le attese. «Vogliamo parlare delle sedie utilizzate per l’infusione? Non hanno i braccioli, sono rotti, e i pazienti devono stare 4-5 ore con il braccio poggiato sul ventre. Una situazione da terzo mondo».
Discorso a parte il rapporto con i medici. Secondo quanto denuncia il familiare del paziente, il giovane che aveva iniziato il suo percorso con un medico, adesso, su decisione del primario, deve confrontarsi ogni volta con un professionista diverso perché ogni settimana vengono cambiati i turni. «Forse per evitare favoritismi, non lo so, ma l’unico risultato è che i pazienti perdono anche il riferimento fondamentale del medico a cui si affidano. Ma tanto sono spariti anche i nomi dei medici dalle porte delle rispettive stanze. E poi che fine hanno fatto i volontari che prima sbrigavano all’interno del reparto pratiche e documentazione? La loro assenza contribuisce a rallentare tutte le già complesse operazioni legate alla chemioterapia. E a patirne sono i pazienti che, buttati tutti in sala d’attesa, senza un’organizzazione a monte, si vedono negati la privacy e soprattutto il rispetto».
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