«Chi rimpiango? Ferri il migliore dei nemici»

Ezio Ardizzi, dall’invenzione del bar Cacique a quella dell’agroalimentare Lo storico presidente dei commercianti si racconta alla soglia dei 75 anni
PESCARA. Arriva all’appuntamento puntuale, alle 9.15, che ha già infornato il timballo. «Ho radunato tutta la famiglia a pranzo, i miei figli, i miei nipoti e quelli di mio fratello. Un pranzo da patriarca, le pallottine e le uova sode le avevo preparate da ieri sera».
Ezio Ardizzi, storico presidente della Confcommercio pescarese (per 35 anni) e della Camera di Commercio (dal 1998 al 2009) che firmò l’acquisto del terreno che oggi ospita il mercato agroalimentare di Cepagatti («sei miliardi, mi tremava la mano») andando a trattare direttamente con il ministro di allora, ha un’infinità di altre cariche e poltrone accumulate nel corso della sua battagliera carriera (dalla vice presidenza nazionale della Confcommercio alla carica di console onorario in Spagna per Abruzzo e Molise). Ma nel raccontarle inizia subito dal sogno: «Belize, Costa Rica, Panama, è lì che voglio andare a vivere. Sei mesi all’anno ai Caraibi, un paradiso».
Ma veramente sa fare il timballo?
Certo. Cucinare è la mia passione, soprattutto i piatti della cucina teramana. Sono un pescarese nato all’Aquila, perché mia madre era aquilana. Ma ho origini teramane, perché papà era di Montorio al Vomano e uno zio di lì faceva il cuoco. Gli ho visto preparare di tutto. Ho imparato da lì.
Cavallo di battaglia?
Tanti, anche tajarill’ e fasciul’. Diciamo però le costolette d’agnello con doppia panatura e il timballo alla teramana.
Ma tra L’Aquila e Teramo com’è arrivato a Pescara?
Nel ’60. Costrinsi mio padre, di rientro dal Venezuela dove aveva avuto dei ristoranti, a fare il costruttore. Allora Pescara era la seconda città d’Italia per incremento edilizio, le gru si toccavano per quante erano.
E che cosa avete costruito?
Ebbi la fortuna di conoscere l’architetto Cataldi Madonna e con lui costruimmo diversi fabbricati nella zona di viale Marconi, a Francavilla, anche sul lungofiume dove sta oggi Ferraioli e quello dall’altra parte, dove sta la Regina del Porto.
Si ricorda quando ha visto per la prima volta Pescara?
Dopo dieci mesi in Venezuela, dove papà ci chiamò nel 1949, a me a mio fratello Dino ci rimandarono in Italia perché io ero anemico e, come si diceva, non mi ci faceva l’aria. Ci mandarono in collegio dai Salesiani, alle medie all’Aquila e allo Scientifico a Faenza. Ma durante le vacanze tornavano all’Aquila, nella casa materna di via Roma, dove sono nato. E dall’Aquila venivamo a fare la colonia estiva a Montesilvano, alla Stella Maris. Con il treno a carbone, i finestrini che si abbassavano, arrivavamo con le facce nere. A Pescara ho visto il mare per la prima volta. Rimasi impressionato.
Oggi com’è Pescara?
Sto provando a scrivere un libro, su Pescara. L’unica cosa che so finora, è il titolo: “Aspettando Pescara”. La sto aspettando dal 1960. Troppe contraddizioni.
Il sindaco preferito?
Casalini, di grande capacità. Con Nevio Piscione venimmo quasi alle mani all’inizio degli anni Ottanta, quando in pieno agosto ci fu un’acquazzone che allagò la città e i negozi in centro. Come Confcommercio dichiarai sui giornali che era una vergogna che per ogni “pisciatella” la città si allagava. Nevio la prese male, litigammo di brutto, ma da quella litigata venne fuori un chiarimento che portò alla realizzazione dei collettori. Piscione era permaloso ma recettivo. Ci servivano i soldi e alla fine li trovò.
E Alessandrini?
Quando eravamo ragazzi, nei partiti dovevi fare la gavetta. I vari Piscione, Di Sipio, Ciccantelli sono arrivati all’ultimo piano del Palazzo dopo essersi fatti tutti gli altri piani a piedi. Oggi i giovani politici ci salgono direttamente con l’ascensore.
Però la giunta di Alessandrini ha ripristinato il traffico su corso Vittorio, come voleva la Confcommercio.
E che è quella, un’apertura? Continuano a parlare di smog e ci si scorda che Pescara è una città di mare, ci sono i venti che ripuliscono l’aria, e poi l’inquinamento non lo portano le macchine, ma i riscaldamenti domestici. Perché ha chiuso un’attività storica come Camplone? Perchè hanno chiuso il centro nei fine settimana, la gente da fuori non arrivava più la domenica, e 27 dipendenti non li tieni solo con i cappuccini della mattina.
È mai stato iscritto a un partito?
Solo al mio, il partito di Ardizzi.
Però si candidò con il centrodestra nel 1995 alle provinciali contro D’Alfonso.
Me lo chiese Nino Sospiri, eravamo amici. Mi aveva visto grintoso nelle battaglie contro il monopolio delle Marche e di Ancona a sfavore di Pescara, sull’aeroporto, il porto, le ferrovie, e mi propose di candidarmi. Accettai ritrovandomi come concorrente un ragazzino che si chiamava D’Alfonso, già consigliere provinciale.
Dove perse?
Sulla provincia. Allora tutti i paesi, da Scafa, Popoli, Manoppello erano rossi. Io presi più voti a Pescara, il 54,8 per cento che non ha preso mai nessuno, ma al ballottaggio scese al fianco di D’Alfonso quel bel personaggio che era Glauco Torlontano che lo affiancò con una campagna porta a porta. E vinse.
E oggi in che rapporti è con D’Alfonso presidente della Regione?
Rapporti di stima. Ogni tanto mi chiede un parere.
Gli rimprovera qualcosa?
Mette troppa carne al fuoco, e qualcosa gli si brucia.
Tipo?
L’inquinamento di fiumi e mare. È da giugno scorso che glielo sto dicendo in tutti i modi, anche in via riservata: tutte le risorse che hai le devi mettere sugli impianti di depurazione, perché con l’inquinamento non sono solo a rischio i bagni e l’estate, è a rischio tutta l’economia.
La diga foranea non aiuta.
Si decise di farla all’inizio degli anni Novanta dopo una violenta mareggiata che si portò via le barche attraccate nel porto. La marineria chiedeva delle soluzioni e si fece la diga. Ma la progettò il compartimento delle Opere marittime di Ancona e quello fu il guaio. Perché, e sono convinto che lo fecero apposta, fu progettata e realizzata a forma di U, impedendo alle grosse imbarcazioni di attraccare. E pensare che avevo già l’ok di alcuni armatori greci di portare a Pescara i collegamenti con la Grecia. Altro che la Snav, che ci viene solo a prendere i soldi caricando passeggeri senza macchine.
Non le hanno mai chiesto di candidarsi a sindaco?
No, ma nel 1992, su sollecitazione dell’allora presidente di Confcommercio Colucci mi candidai al Parlamento con il partito liberale. Presi tanti voti, ma per fare posto a qualcun altro mi vennero a mancare 156 voti per diventare parlamentare e quasi con certezza sottosegretario. Tanto nel ’93 Mani Pulite mandò tutti a casa.
È il Parlameno il suo rimpianto?
Non ho rimpianti. Ho dato tanto alla Confcommercio e ho avuto molto di più.
Come iniziò l’avventura in Confcommercio?
Dopo che aprii il bar dove stava Camplone, Cacique, di fronte a Berardo. Il nome e il logo glieli diede Gabriele Pomilio, doveva pronunciarsi alla spagnola “casìche” che voleva dire il capo tribù, e invece i pescaresi lo francesizzarono. Lo presi nel 1971, ma dopo sette giorni ero disperato, non avevo nessuna esperienza su come gestire i fornitori e tutto il resto e chiamai il barman Osvaldo Martellucci. Veniva da Milano, gli proposi di entrare in società e di prendere il 30 per cento degli introiti. Fu una bella intuizione e così feci anche dopo, quando presi anche il bar Salotto. Con queste due aziende divenni presidente della Fipe quando a Pescara e provincia c’erano 1.100 esercizi pubblici e tutti qualificati. A Pescara si facevano i migliori gelati. Con Cacique fummo anche i primi a fare il menù fotografico dei cocktail, famosi anche fuori Pescara. Mi ricordo che Peppino Fiorilli, di Berardo, mi guardava male fino a quando gli dissi basta con la concorrenza, diventiamo colleghi. Avevo anche l’Enoteca Europa sul lungofiume, sotto Ferraioli e il ristorante la Tavernetta dell’Enoteca, dove è oggi la Regina del porto. Giuseppe Orlando, il presidente nazionale della Confcommercio, uno che telefonava direttamente ad Andreotti, si fermava ogni volta che poteva.
E la Camera di Commercio?
Ci sono entrato nel 1999.
Spodestò Gilberto Ferri.
Stavo in giunta, lui era uno prudente, io ero d’assalto, ci dividevano 25 anni. Tanto che Remo Gaspari ogni volta mi diceva basta a litigare, perché non fai la persona saggia? E io: ma se lui ha 25 anni più di me, chi deve fare il saggio?
Su che cosa litigavate?
Praticamente su tutto. Cominciavo a strillare dall’ordine del giorno in poi.
Un difetto e un pregio di Ferri.
S’innamorava delle sue cose e non cambiava idea. Ma dava l’anima, un grande personaggio. Magari ci fossero ancora personaggi come il vecchio Ferri. Quando sono arrivato io l’ho premiato con una pergamena e una medaglia d’oro.
E quando hanno fatto il ribaltone a lei, nel 2009 con Becci, come l’ha vissuta?
Ferri ed io litigavamo, ci scontravamo faccia a faccia. Ma non accetto che la sera prima del voto ti dicono stai sereno, sei bravo, sei unico e poi il giorno dopo succede il contrario. Sono un credulone. Ma tanto le mie due giunte non le possono fare neanche 200 giunte di Becci. Non hanno i mezzi, le capacità, la fantasia. Un motto “ardizziano” è che il peggior punto per osservare il mondo è la propria scrivania. Io ho mandato via 4 segretari generali proprio perché non proponevano, non mi precedevano. Anche se la presero malissimo tra vertenze, risarcimenti e riassunzioni. Ma con me la Camera di commercio è stata tra le prime dieci d’Italia, stavo nel comitato di presidenza di Unioncamere.
E allora perchè è finita?
Becci non conosceva la Camera di commercio, l’ha portato l’Unione industriali.
Vi salutate?
Se mi saluta lui, lo saluto. Ma se lo fa è sempre con qualche sofferenza.
Che ne pensa della fusione delle Camere di Commercio di Pescara e Chieti?
La cosa più stupida che si potesse fare. Il problema è che qualcuno vuole fare il presidente di Pescara-Chieti e qualcun altro di Chieti Pescara. L’unica che ne esce danneggiata è Pescara.
In Confcommercio come sta andando il suo successore, Danelli?
L’ho voluto io quando mi sono fatto da parte, ma sindacalmente è ancora un ragazzo, anche se è più grande di me.
Quanti anni ha?
Sono del 1941.
Di che giorno?
Ufficialmente del 27 aprile, la data che diede la levatrice quando mi andò a registrare per ottenere il pacco ostetrico che al tempo Mussolini dava solo ai nati entro aprile. Ma in realtà sono nato il 4 maggio. L’ho scoperto da ragazzo.
Più amici o nemici?
Cinquanta e cinquanta. Chi mi conosce diventa amico mio, chi viene cazziato, e capita spesso, nemico. Ma io dormo pochissimo, due tre ore a notte, sono in vantaggio.
Ha nominato Gaspari e Sospiri, che ricordo ha?
Gaspari amava l’Abruzzo, ma aveva dei figli prediletti e tra questi non c’era Pescara. Era anche geloso, una volta gli andai a chiedere una cosa per l’aeroporto e mi disse “tu vai a chiedere prima a Peppino e poi vieni da me? Mo vai da Peppino” Non è un caso se non ha lasciato successori.
E Sospiri?
Sospiri era onesto, simpatico, amava la città ma con il Movimento sociale ha sempre fatto un’opposizione impotente.
In che rapporti è rimasto con i politici di quella parte?
Li ho cancellati tutti. A cominciare dal nipote di Sospiri. A quelli di An e Forza Italia un bel giorno ho mandato un messaggio con il telefonino: vi sto cancellando dalla mia rubrica. E l’ho fatto.

