Chiesa piena, ucraini in preghiera «Manteniamo viva la speranza»

Decine di persone si sono ritrovate ieri nella parrocchia di via dei Bastioni per la festa della Croce Famiglie con bambini e anziani in raccoglimento. Don Dimitri: ho raddoppiato le funzioni religiose
PESCARA. Con la sofferenza e la paura negli occhi hanno pregato affinché tutto finisca presto e nel loro paese, l’Ucraina, martoriata dalla guerra, torni la pace. Famiglie con bambini piccoli, anziani, giovani donne, si sono ritrovate, ieri mattina, nella chiesetta di rito cattolico orientale di via dei Bastioni. Alcuni di loro, come spiega il parroco don Dimitri, da otto mesi a Pescara, «vivono da tempo in città o comunque nei dintorni, altri sono arrivati negli ultimi giorni a bordo dei pullman e alloggiano da parenti e amici, ma il loro cuore è lì con i propri cari in Ucraina». Ogni domenica, a frequentare la chiesetta, messa a disposizione dalla Curia, ci sono circa 150 persone. «Per consentire a tutti di seguire le celebrazioni liturgiche», spiega don Dimitri, «ho fissato due messe, una alle 11 e l’altra alle 14.30. Quest’ultima è molto seguita soprattutto dalle signore che lavorano come badanti».
Ieri mattina, di gente ce n’era più del solito. L’occasione, la ricorrenza dell’adorazione della Croce, che nella chiesa cattolica orientale cade a metà del periodo della Quaresima. Tutti insieme, giovani, anziani e bambini, nella celebrazione delle 11, hanno pregato, si sono inginocchiati, hanno cantato con lo guardo sempre fisso sulla croce adornata di fiori. Nel suo breve discorso, intervallato dai canti, don Dimitri ha ricordato cosa rappresenta la croce, ossia la sofferenza, ma anche speranza che in un momento come questo non deve mancare mai. «Le persone», dice al termine della celebrazione religiosa, «sono molto provate. E avendo io stesso i familiari in Ucraina, i genitori e un fratello, li posso capire. Adesso va un po’ meglio, se così si può dire. Tre settimane, quando venivano qui in chiesa per la preghiera, piangevano. In Ucraina hanno lasciato tutti i loro affetti, i mariti, i figli, i nipoti. La paura è molto grande. La stessa paura, e forse anche di più, l’ho vista negli occhi di coloro che in questo momento si trovano negli alberghi. Sono tutte mamme e nonne con bambini. Sì, perché gli uomini sono in Ucraina a difendere il loro paese. Ciò che fa male è vedere e sentire i bambini, travolti da questa situazione. Loro giocano nelle stanze degli alberghi, messi a disposizione dai vari enti, e chiedono continuamente alle mamme e alle nonne dove sono i papà e quando potranno tornare a casa. Loro vogliono la loro casa. E poi ci sono i piccoli in fasce. L’altro ieri, ho visto una mamma che aveva in braccio un neonato di appena due mesi, che ha portato via dalla guerra. Il fatto è che molte di queste donne ora si trovano da sole, e sono spaventate. In una di queste strutture per profughi», prosegue, «ho incontrato una giovane mamma incinta. Ha già un bambino di cinque anni. Fra tre mesi dovrebbe partorire. Questo periodo, nonostante le premure e le accortezze dei volontari della protezione civile e delle associazioni, vorrebbe trascorrerlo in un’abitazione. Mi ha chiesto di aiutarla a trovarle una sistemazione. Tutte storie che fanno male. Storie di persone che stanno soffrendo tanto. Quando mi trovo a parlare con loro, mi dicono sempre la stessa cosa, ossia “don Dimitri speriamo che fra un po’ si ferma questa guerra e possiamo tornare nelle nostro paese e nelle nostre case”. Un paese», sottolinea il sacerdote, «martoriato, che ha bisogno di aiuto. Mancano farmaci, beni di prima necessità. Manca tutto».
Nei primissimi giorni, dopo l’inizio della guerra, lo stesso don Dimitri si era fatto promotore di una raccolta di cibi, farmaci e capi di abbigliamento che poi con dei mezzi privati faceva recapitare in Ucraina. «Adesso», dice, «chiediamo di rivolgersi alla struttura messa in piedi dalla Regione in piazza Unione. Lì ci sono volontari che possono fornire indicazioni precise».
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