Chiudo il negozio e poi? Ecco come ci si arrangia

9 Ottobre 2014

C’è chi ci riprova, chi si adatta a fare il cameriere o la segretaria

PESCARA. L’abbigliamento e le calzature vanno malissimo, con cinque negozi che hanno aperto tra gennaio e agosto di quest’anno e 14, quasi il triplo, che invece hanno chiuso. Ma procedono a passo di gambero anche bar e ristoranti. I primi con 4 aperture e dieci chiusure nei primi otto mesi del 2014 e i secondi con 13 piccoli imprenditori che ci hanno provato nello stesso periodo, ma a fronte di ben 19 (i tredici più altri sei), che invece hanno fatto marcia indietro.

La débacle del commercio cittadino la descrivono i numeri della Confesercenti (pubblicati nella tabella a fianco), ma meglio la raccontano le storie che ci sono dietro. Storie di lavoro, sacrifici e resistenza che in comune hanno l’inizio e la fine, ma non quello che succede dopo. Perché il resto dipende dalla fortuna e dalle intuizioni del singolo, che una volta abbassata per sempre la saracinesca del proprio negozio, deve poi provare a rialzare quella della vita. Della sua seconda vita. E non è per niente facile.

Gianni Taucci, direttore provinciale della Confesercenti ne ha viste e sentite tante in questi anni di crisi nera ed è per questo che dice subito: «Quando si accumulano troppi pagamenti, quando i debiti iniziano a lievitare bisogna fermarsi il prima possibile, bisogna avere la lucidità di dire “non sono stato fortunato”, in alcuni casi “non sono stato capace”, in molti altri “le tasse mi hanno massacrato”. Perché alla fine è meglio fermarsi con quattro debiti che rovinarsi la vita. Tenendo presente», fa notare, «che meno fardelli si hanno e più è facile l’accesso al credito e ai fondi di garanzia. Perché la difficoltà per ricominciare, alla fine, è proprio questa: se non ci sono più risorse economiche, se non si ha più un lavoro e al contempo non si riesce a stare al passo con i pagamenti rimasti in sospeso, l’accesso al credito diventa più difficile e l’intero meccanismo si fa più problematico». E allora?

«A molti dei nostri associati, ad esempio, abbiamo consigliato di applicare il blocco del finanziamento per un anno, posticipandone poi la scadenza e dare un freno, nella speranza che nel frattempo, se il debito accumulato non è stratosferico, con un piccolo lavoretto si riesca piano piano a ripianare tutto».

Ma anche la storia del lavoretto non è facile per chi per una vita ha fatto il macellaio, il tabaccaio o ha gestito una boutique. «È vero, oggi non c’è una grande possibilità di trovare un lavoro da dipendente, e riciclarsi è difficile», dice Taucci, «soprattutto perché molti sono sopra i 45 anni. Chi ci è riuscito ha mollato appena ha trovato un’alternativa, senza aspettare. Magari da titolare è passato a gestire un negozio, andando anche fuori, qualcun altro si è messo a fare il cameriere, la segretaria, qualsiasi cosa pur di lavorare. E non tutti hanno trovato».

Ma a fronte di una situazione ormai oggettivamente tragica, Taucci dice anche: «Bisogna che gli operatori inizino a capire come sono cambiati i consumi, per poi cambiare i metodi di vendita, cominciando, ad esempio, ad affacciarsi sul commercio on-line. Ma anche le collaborazioni potrebbero essere fruttuose, nel senso di scambiarsi proprio i contatti, i clienti; io con il mio negozio di abbigliamento e tu che fai il parrucchiere possiamo unire le forze e darci una mano, moltiplicare contatti e clientela. Dopodiché, sempre in questa chiave», sostiene Taucci, «è importante anche l’attività di promozione, ma da fare insieme, dividendo le spese e usufruendo poi dei risultati. E poi la formazione», conclude il direttore provinciale di Confesercenti, «è importante sapere che per chi è in difficoltà ci sono tante finestre aperte che vanno dai tirocini ai fondi di garanzia. Per i piccoli imprenditori ci sono tante possibilità, ma l’importante è fermarsi in tempo perché in quel modo anche l’accesso al credito diventa più semplice. Ma ripeto, chi può ancora permetterselo deve unire le forze, condividere, cominciare a pensare che insieme qualcosa si può fare, che darsi una mano è fondamentale».

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