Christopher Thomas Luciani, due anni fa l’omicidio: «Grave l’indifferenza degli altri»

Nonna Olga Cipriano ricorda quel giorno tra le lacrime: «Nessuno di quei ragazzi chiamò i soccorsi». E racconta l’ultimo incontro con il nipote: «Mi ha abbracciato e baciato, quasi un segno del destino»
PESCARA. Due anni dopo lo strazio di quel figlio («perché per me era come un figlio») ucciso con 25 coltellate in una domenica pomeriggio calda, assolata e deserta come quella di ieri, stessa luce e stesso silenzio, nonna Olga è a casa, a San Giovanni, frazione di Rosciano. Indebolita nel fisico che dopo questi due anni le ha presentato il conto delle sofferenze dell’anima, Olga Cipriano piange spesso e si strugge mentre parlare del nipote Christopher Thomas Luciani, di quella domenica 23 giugno 2024 in cui è stato ammazzato da due coetanei mentre gli altri spettavano su una panchina prima di andare al mare e di tutto quello che è venuto poi.
Signora Olga, Christopher era in una comunità, aveva avviato un percorso, stava imparando a fare il parrucchiere. Cosa sarebbe diventato oggi, come lo immagina?
«Ci pensavo proprio qualche giorno fa. Christopher oggi avrebbe quasi 19 anni, avrebbe preso la patente. Sarebbe un uomo. Avrebbe passato quella fase critica di tutte quelle stupidaggini dell’adolescenza e forse sarebbe arrivato a quella maturazione a cui può arrivare solo chi ha ricevuto sempre e comunque una buona educazione, sani principi. E lui li aveva ricevuti».
Che giorni sono, questi, per lei?
«Io sto male, anche fisicamente adesso. Ho passato una giornata in ospedale per gli sbalzi di pressione che mi hanno creato una ischemia transitoria che mi ha bloccato il muscolo dell’occhio. Vedo doppio, ma lo so, è per tutto quello che ho accumulato in questi due anni e che ora inizia a venire fuori. E poi proprio oggi (ieri ndr), il 21 giugno di due anni fa, Christopher era arrivato a Pescara. Iniziava la sua estate. Che è durata due giorni. Anzi, neanche, un giorno e mezzo».
Cosa le è mancato di più, in tutti questi mesi, di suo nipote?
«Mi manca tutto, non ci posso ancora credere che non c’è più. Il mio pensiero è sempre lì. Inutile che cerco di non pensarci, non si può, è stato un omicidio così efferato... Il fatto di togliere la crudeltà, abbassare la pena come hanno fatto in Appello, dopo quello che hanno fatto a Christopher, non si può sentire».
Ha avviato una causa civile anche nei confronti degli altri ragazzi del gruppo che portò Christopher nel parco, e che poi ne uscì per andare al mare sapendo che Christopher era stato ucciso.
«Sì, perché in tutto questo, l’indifferenza è la cosa che mi ha più mi ha scioccato. È successa una cosa troppo grave e nessuno di loro ha pensato a chiamare i soccorsi. A parte quello che la sera lo ha raccontato al padre, nessuno ha detto a casa “è successa una cosa terribile”. Ma questa è la situazione: il vuoto. I ragazzi non riescono a capire la gravità di quello che hanno fatto».
Lei ha intrapreso una battaglia contro questa indifferenza, ha fondato un’associazione, va a parlare nelle scuole. Cosa manca secondo lei?
«Non c’è condivisione, non c’è collaborazione nelle famiglie. I genitori, tante volte invitati, non ci sono mai. I ragazzi sono in balìa di loro stessi, sono soli, e quando vado nelle scuole vedo che vogliono essere ascoltati, vogliono sentirsi vivi. In questi due anni ne ho incontrati a centinaia e la fine di questi incontri è sempre uguale, i ragazzi si mettono in fila, ti abbracciano, piangono, sentono il dolore. Me lo disse apertamente una ragazza, “pensavo di essere fredda e lei mi ha smosso qualcosa nel cuore”. Per questo non mi stanco di dire ai genitori: dovete riprendere il dialogo con i figli. L’adolescenza è un periodo particolare che non torna più, ed è il momento in cui i ragazzi devono farsi aiutare da chi gli vuole bene, si devono fidare. Ma la famiglia è diventata come un gruppo di coinquilini nella stessa casa, ognuno vive la sua vita».
Christopher aveva 16 anni e mezzo, era in quella fase?
«Aveva intrapreso il suo percorso, era arrivato in quella comunità da poco e stava succedendo quello che io gli dissi quando ci andò: quando sarai solo apri i cassettini della memoria e pensa a tutto quello che ti ho detto io. Il fatto di ritrovarsi lì lontano da casa e dalle amicizie, senza telefono, faccia a faccia con se stesso, stava iniziando a dare i suoi frutti».
Quando l’ha visto l’ultima volta?
«A fine maggio. Non so se è stato un segno del destino, ma quella volta mi ha baciato e mi abbracciato. Non succedeva da un po’, sono le ultime foto che abbiamo insieme, la scattò lui con il mio cellulare».
E poi quando l’ha sentito l’ultima volta?
«Il mercoledì, due giorni prima che venisse a Pescara, il 19 giugno. In videochiamata come tutte le settimane. Lo vedevo taciturno, gli chiesi perché non mi rispondeva. E lui mi disse che era per l’educatore che stava lì e gli scocciava che sentisse la telefonata. Magari mi avrebbe detto tante altre cose».
Ci pensa spesso a quei momenti?
«Sì, ma in particolare è un audio di Christopher, quando aveva 14 anni, che mi fa piangere ogni volta e che faccio ascoltare ai ragazzi nelle scuole. La sua voce che mi dice “nonna non ti dico più ti amo come te lo dicevo prima perché non sono più un bambino, ma per te farei qualsiasi cosa, ti voglio un bene dell’anima, ti ringrazio perché mi hai salvato, per quello che fai e che farai”. Ecco, questa è la mia missione oggi».
Senta signora, le faccio una domanda già fatta in questi mesi: se qualcuno si facesse avanti con le scuse, con una richiesta di perdono?
«Non serve, la cosa dev’essere d’istinto. Sono passati due anni. Anche tramite un’altra persona, un sindaco un prete, potevano farsi avanti, invece nessuno l’ha fatto».
C’è stato il risarcimento da parte della famiglia del primo assassino.
«Non sono i soldi che ti ridanno un figlio, o che possono lenire il dolore, o che possono pulire le coscienze, però da parte loro è stata una presa di coscienza per quello che aveva fatto il proprio figlio, una cosa terribile, mi metto nei loro panni. Ecco, almeno con questo gesto hanno avuto il coraggio di riconoscerlo».
Il 10 settembre ci sarà la Cassazione, cosa si aspetta?
«Mi chiedo qual è il confine tra normalità e crudeltà. Lo vorrei sapere. Oltre alle 25 coltellate, a come lo hanno fatto morire dissanguato, non è crudele che lo hanno preso anche a calci e sputi?».
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