«Ci è andata bene, la prossima volta chissà»

28 Agosto 2016

Tutta la città per l’ultimo saluto. Rabbia, dolore e paura: «Tante nostre case non sono a norma»

INVIATA AD ASCOLI PICENO. Le strade senza gente, le saracinesche abbassate a metà, i mercati chiusi, le bandiere a mezz’asta, i tavolini dei bar vuoti al sole: Ascoli Piceno è una città deserta, in lutto nel giorno dei funerali delle vittime dei comuni dell’ascolano colpiti dal terremoto.

Mentre nella palestra comunale Monticelli ci sono le esequie solenni, centinaia di abitanti del capoluogo marchigiano si sono raccolti all’esterno, vicino all’ospedale Manzoni. All’ingresso della palestra è appeso uno striscione di dieci metri: “Onore ai nostri fratelli scomparsi. Ascoli non vi dimentica”. Firmato: Ultras 1898. Nella palestra, per questioni di spazio, l’ingresso è stato limitato ai parenti stretti, così nel piazzale sul retro, di fronte alla chiesa del quartiere, è stato allestito un maxischermo per permettere a tutti di seguire la cerimonia.

La gente è seduta nel prato, sui gradoni del piazzale, in molti sono rimasti in piedi al sole, altri hanno seguito silenziosi dalle finestre o dai balconi dei palazzi affacciati sul cortile della chiesa. Tutti hanno ascoltato immobili le parole del vescovo Giovanni D’Ercole e un lungo applauso è scoppiato dopo che, uno ad uno, sono stati letti i nomi delle vittime.

Un anziano resta seduto su una sedia in un angolo con la mano sulla bocca, ogni tanto scuote la testa. Poco lontano Pietro Traini, 77 anni, segue la cerimonia in piedi, attento ad ogni parola. Vive vicino alla chiesa, ha passato tutta la mattina nel piazzale, mentre la moglie e la suocera molto anziana sono rimaste a casa. «Appena sono iniziati i funerali mi sono commosso. Quando hanno letto i nomi delle vittime, c’era anche qualcuno che si chiamava Pietro, come me». Da giovani lui e la moglie andavano spesso a fare scampagnate a Pescara del Tronto e ad Arquata con i figli piccoli. Per gli ascolani, quei posti sono come una “seconda casa”, dove andare per rilassarsi, soprattutto d’estate e mangiare in compagnia alle sagre di paese.

«Vedo le immagini delle case distrutte, penso ai nostri ricordi, a come erano i paesi prima e mi sembra impossibile, è un disastro». Traini vive al quarto piano di un condominio. La notte del terremoto si è spaventato, ma è rimasto in casa. «È andata via la luce, mia suocera ha 93 anni, non potevamo muoverci, questa volta ci è andata bene, la prossima chissà». Gli abitanti di Ascoli hanno paura.

«Casa mia non è antisismica, teoricamente non potremmo abitarci. Quando lo abbiamo scoperto, abbiamo denunciato i costruttori, siamo in causa da sei anni, il Comune non fa abbastanza controlli» racconta Alfredina Ferretti. È venuta ai funerali per stare vicino al dolore delle persone che hanno perso parenti e amici.

Due adolescenti hanno seguito la cerimonia appoggiate su una ringhiera, un po’ in disparte. Elisa, una cascata di treccine bionde e il cellulare in mano parla con l’amica Sofia, capelli lisci lunghi.

«Conoscevamo tutte e due Marisol, la bambina di 18 mesi che ha perso la vita nel terremoto», raccontano. «Mia mamma non se l’è sentita di venire ai funerali, è troppo scossa. Io volevo esserci, e poi - aggiunge - stare a casa, dopo le scosse, è pesante».

Quel 24 agosto i genitori di Elisa erano andati a Amatrice, volevano fermarsi a cena, poi hanno deciso di tornare ad Ascoli perché la figlia era da sola in casa. La notte del terremoto hanno dormito in macchina, la casa porta i segni e le crepe del sisma. «I pompieri hanno detto ai miei genitori che se ci sarà un’altra scossa rischia di diventare inagibile» spiega Elisa.

Tra i cittadini di Ascoli Piceno c’è dolore, dispiacere, paura, ma anche tanta rabbia. Fabrizio Nunzi è di fronte alla porta della palestra, dove, dopo i parenti delle vittime, sono entrati il presidente Mattarella, il premier Matteo Renzi e i rappresentati delle forze dell’ordine e da dove dopo la cerimonia sono usciti uno ad uno i feretri, prima di tutti quello bianco di Marisol.

«Non abbiamo mai visto tutte queste autorità, tutte queste forze dell’ordine, doveva succedere una catastrofe del genere per farle arrivare, per svegliarle e farle rendere conto dell’inadeguatezza di tante case?» esclama l’uomo indignato. Tra i morti c’è anche un suo amico. «Per i bimbi che hanno perso i genitori e per i padri e le madri che hanno perso i figli, la vita è finita quella notte, mi chiedo se tutti questi con il cappello e i gradi sulla spalla a questo ci pensano».

©RIPRODUZIONE RISERVATA