Ciao Fabrizia, hai lottato per cambiare il mondo

Vorrei ricordarti come una ragazza risucchiata dal tragico corso degli eventi Tu ci credevi in quella vita nuova e anche nei valori che essa portava con sé
di DONATELLA CONTE
Ciao Fabrizia, oggi i dolori ricordano il tuo volto. Sono l’assenza, quella fotografia in cui sorridi serena. E quella che era fino a qualche giorno fa, una nuova esistenza vibrante e consapevole. La tua decisione di lasciare l’Italia, la necessità della generazione Erasmus. È vero, noi due non eravamo amiche. Anzi, non ci conoscevamo neppure. Ma che importanza ha? Non sognavi forse di cambiare il mondo? Di vedere quel Melting pot avverato? E speravi, forse gioivi, nella fine del conflitto in Siria, ti indignavi forse alla realtà delle spose bambine in India. Non partecipavi, forse, alle campagne di solidarietà? Non cercavi l’innovazione? Non lavoravi sodo, dopo la Laurea in Relazioni Internazionali? Non eri quella che sorrideva a tutti, con rara delicatezza? Allora non posso che scriverti, in questo giorno cupo, grigio. Mancano quattro giorni a Natale. È impossibile, ingiusto trovare le parole per salutarti.
Allora, proverò a immaginarti. Perché io come te, so cosa provavi indossando una vita nuova all’estero (...) Non eravamo amiche, ma lo saremmo state, credo. Ma questo non ha importanza. Siamo ugualmente sotto il cielo di una guerra che non risparmia nessuno. Figlie di un’Europa, di un’Italia, di una regione, di una città, quella Sulmona dove più nulla si regge in piedi se non due fabbriche, bistrattate, circuite, prese in giro. Siamo ormai senza diritti. Pochi lavorano, e ringraziano chicchessia. Così ci hanno tolto, senza distinzione di età o religione, la virtù della speranza. E della caparbietà.
Ma tu, Fabrizia, queste doti le avevi entrambe! E sei partita. Alcuni non lo sanno, Fabrizia, ma ci vuole coraggio a farlo. Forse anche a restare. Ma non è questo il punto.
Sei partita, tre anni fa. Allora, ti immagino alle prime nostalgie, ascoltare i notiziari, in tedesco la mattina prima di andare a lavoro nel mezzo di una colazione stentata, o la sera, cercando le news su google. Sei come me, e altri europei figli del movimento, con radici piantate a mezz’aria (...).
Fabrizia, tu non mi conoscevi, e io non amo la retorica. Ma vorrei ricordarti, come una ragazza straordinaria risucchiata dal tragico corso degli eventi, che ha combattuto l’ignoranza della precarietà, una coraggiosa che non si lascia intimorire. Non so se sei un angelo, ma di certo sei un monito, una preghiera, una manna, così rara. Sì, perché quando esplode una bomba in Palestina, a Israele, o in Kurdistan, non si sente alcun dolore istantaneo, profondo o sincero. E credi sia giusto, Fabrizia? No, non lo penseresti. Siamo tutti uguali, davanti al terrorismo.
Per questo oggi siamo disarmati, afflitti, anche le parole sono bombe. Restiamo vicini a te e alla tua famiglia. E poi alle numerose vittime di Berlino-Zurigo-Ankara-Aleppo-Palestina-Mondotutto. La lista è infinita.
Tu ci credevi, in quella vita nuova. E nei valori che essa portava. Forse credevi che i diritti non siano privilegi, che tutti gli orrori, anche questa guerra cieca e disperata, non abbia alcun senso? Io sento, che tu ti battevi per ciò che è giusto. (...).
Forse in pochi conoscevano la tua voce, il tuo modo di fare, la generosità che gli amici ti attribuiscono. Qualcuno si chiederà perché una sconosciuta decide di scriverti. Perché io come molti miei colleghi e amici, conosco il percorso che hai fatto. Lo so, perché lo sto vivendo sulla mia pelle. La tua ansia di andare e conoscere nuovi paesi, esplorare cibi, posti, volti speziati, imparando una nuova lingua, librando per lasciarsi alle spalle un’Italia vuota di futuro, spenta, come oggi dovrebbero essere tutte le luci natalizie. In tutti i luoghi che contano però, quelli della nostra anima, dei ricordi felici, quelle luci sono spente. Ma una c'è ancora: è il monito a combattere, a non perdere l’umanità, a estirpare l’odio per chi è diverso, l'immigrato, l'islamico, l’uomo dalla barba che “chissà da dove viene”. Tu, Fabrizia, forse, avresti detto così. E visto che oggi tu non ci sei, lo farò io: bisogna piangere per commemorare, per non dimenticare le vittime. Ma per pulire il marcio che abbiamo nel corso dei secoli - tutti in qualche modo - costruito, favorito, dobbiamo ripartire dalle viscere, dal profondo. Bisogna resuscitare l’umanità. Fabrizia, non bastano le parole.
Queste sono le lacrime salate di un mare in tempesta, scrosciano per te (...).
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