«Ciao piccolo Ferdinando fiore appena sbocciato»

22 Ottobre 2016

Tanti alle esequie a Cepagatti, la bara bianca portata a braccio per tutto il paese il saluto dei ragazzini con un volo di palloncini, la madre colta da malore più volte

CEPAGATTI. Troppo piccola, troppo leggera quella bara bianca. Quattro uomini forti la tirano fuori dal carro funebre con la delicatezza con cui si fa dondolare una culla, quasi l’abbracciano senza trattenere le lacrime. Sopra c’è un cuscinetto di fiorellini bianchi su cui poggia una grande foto del volto birichino e sorridente di Ferdinando Di Rocco. Sono da poco passate le 4 del pomeriggio quando il feretro del bimbetto di 19 mesi ucciso a morsi dalla cagna del papà, Manuel Di Rocco, mercoledì pomeriggio nel giardino di casa, in contrada Cantò di Cepagatti, arriva in paese dall’obitorio dell’ospedale di Chieti dove è stata aperta la camera ardente dopo la tragedia, diretto alla parrocchia di Santa Lucia per l’ultimo saluto.

Ma già da almeno un’ora tanta tanta gente si è raccolta ai due lati di via Dante Alighieri in attesa. Una attesa immersa in un silenzio irreale vista la folla, tra negozi chiusi in segno di lutto e traffico fermo.

Quando la macchina con il corpicino sommerso di fiori arriva si fanno tutti attorno, avvicinandosi con carezze discrete a mamma Ermilia, una giovane donna sopraffatta dal dolore che nel corso della cerimonia funebre avrà più di un malore, costretta ad allontanarsi dalla chiesa da amiche e parenti e ostinata nel voler ritornare vicino al suo bambino. A pochi passi c’è papà Manuel, lo sguardo perso, quasi un automa nel lasciarsi abbracciare, cammina appoggiandosi sulle spalle del padre. Più in là, sorretta da nonno Aleardo sua moglie, Sara Vadini, gli occhi rossi quasi arsi dalle lacrime. A precedere la piccola bara in cammino verso la chiesa un gruppo di bambini, cuginetti e amichetti del piccolo Ferdinando: portano fresie e rose, spargono petali sull’asfalto imbiancando il percorso fino al centro storico, dove c’è la parrocchia.

Dentro si stipano in molti, ma i più, centinaia, restano fuori. La comunità rom cui Ferdinando apparteneva è protettiva nei confronti dei genitori sconvolti, viene chiesto di allontanare fotografi e telecamere, nessuno ha voglia di parlare. Ma pian piano la gente del paese, insieme al sindaco Sirena Rapattoni, si avvicina, si mescola, conforta, abbraccia. Di fronte al dolore cadono tante barriere, tanti pregiudizi. Esseri umani con esseri umani insieme a piangere un bimbo. «Troppo simpatico, Ferdinando, una marachella dietro l’altra, vero?», ricorda una ragazzina all’amica che la tiene per mano.

«Hai soltanto sfiorato questa terra, portando gioia. Ora ci resta la bellezza di averti avuto tra noi per un poco e la certezza che sei in paradiso», dice don Lucio nella sua omelia. «Proprio in questa chiesa Ferdinando aveva ricevuto il Sacramento del battesimo appena tre mesi fa», ricorda don Antonio, parente del bimbo, che concelebra la messa funebre. «Oggi, di fronte ad un dolore così grande abbiamo davvero poche parole e dobbiamo ricorrere alla fede come conforto e aiuto. Di fronte a questo angelo che è come un fiore appena sbocciato, chiediamo al Signore di accoglierlo accanto a Sè».

L’uscita della bara sul sagrato è accolta da centinaia di palloncini bianchi e rossi a forma di cuore lasciati volare in cielo dai bambini. E da un applauso che non smette e commuove. Mamma Ermilia si accascia sulla bara, papà Manuel finalmente riesce a sciogliersi in un pianto dirotto abbracciando stretto uno zio: «Questa è grossa o zi’, questa è troppo grossa», ripete. Poi il lungo corteo verso il cimitero.

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