Ciarelli in Cassazione «Un nuovo processo per il delitto Rigante»

15 Aprile 2016

Martedì la Corte suprema discute il ricorso del rom condannato a 30 anni per l’omicidio dell’ultrà pescarese

PESCARA. Tra pochi giorni, in Cassazione, prenderà il via l'ultimo atto della vicenda giudiziaria di Massimo Ciarelli, il rom condannato in primo e secondo grado a 30 anni di reclusione per l'omicidio di Domenico Rigante, l'ultrà biancazzurro di 24 anni ucciso con un colpo di pistola la notte del 1° maggio 2012 in un appartamento di via Polacchi. Il processo davanti ai giudici della Suprema Corte si terrà il 19 aprile. Il legale di Massimo Ciarelli, l'avvocato Franco Metta, rilancia la linea difensiva adottata nei due precedenti gradi di giudizio contestando la premeditazione e giocandosi per l'ennesima volta la carta dell'omicidio preterintenzionale o colposo e dell'attenuante della provocazione per l'aggressione subìta dal suo assistito il giorno prima dell'omicidio. Metta, nel ricorso, parla di contraddittorietà e illogicità della motivazione della sentenza emessa dai giudici aquilani e, tra le altre cose, sostiene che la Corte distrettuale ha giudicato in modo alterno e contraddittorio le testimonianze di Mimmo Nobile, capo ultrà del Pescara e amico fraterno della vittima. Nobile, dinanzi alla Corte aquilana, cambiando versione per la terza volta, sostenne l'ipotesi "accidentale": «Il colpo», disse in aula, «è partito per sbaglio, mentre strattonavo Ciarelli». Una tesi, però, scartata dalla Corte aquilana perché contrastante «sia con la dinamica dell'azione criminosa» sia con le dichiarazioni di altri due testimoni presenti quella sera in via Polacchi. Secondo Metta, però, i giudici aquilani hanno usato le dichiarazioni di Nobile a proprio uso e consumo e l'attendibilità o l'inattendibilità di Nobile «è stata piegata» a questa o a quella esigenza con l'obiettivo di arrivare ad affermare la volontarietà dell'omicidio da parte di Ciarelli.

Il legale sostiene invece che i fatti non provano la premeditazione e la volontà omicida del suo assistito: «Ma perché», evidenzia, «Ciarelli, entrato, armato di pistola, con il solo scopo di uccidere, prima "perde tempo" a dar colpi con il casco e, poi, avendo a disposizione una vasta area per dare morte certa, mira e spara (un solo colpo) in un'area circoscritta (sopra il gluteo destro) col "rischio" di lasciare il povero Rigante in vita?». La Cassazione si occuperà anche dei quattro complici e parenti di Massimo Ciarelli che la sera di quattro anni fa lo accompagnarono nella spedizione punitiva e che in secondo grado si sono visti ridurre la condanna di 19 anni e 4 mesi emessa dal gup Gianluca Sarandrea per omicidio volontario. Pena scontata a 16 anni per Luigi Ciarelli, cugino di Massimo che quella sera lo affiancò nel malmenare Domenico con il casco, e a 13 anni per Angelo e Antonio Ciarelli. Riduzione a 13 anni anche per Domenico Ciarelli, che tramite il suo legale, l'avvocato Giancarlo De Marco, ha fatto ricorso ai giudici romani lamentando il vizio di motivazione e la complessiva contraddittorietà e non univocità del materiale probatorio. La famiglia della vittima, parte civile nel processo, è assistita dall'avvocato Vincenzo Di Girolamo.

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