Ciccantelli: con me gli anni belli della città

24 Gennaio 2016

Dopo 23 anni dalla bufera di Tangentopoli che lo portò alle dimissioni l’ex sindaco Dc parla per la prima volta: «In politica? Non tornerei mai»

PESCARA. «Ho fatto uno sforzo tremendo oggi, perché in questi 23 anni non ho mai voluto parlare». Pino Ciccantelli è sollevato alla fine dell’intervista in cui l’ex sindaco di Pescara, falciato anche lui dalla scure di tangentopoli nel 1993 (fu accusato di concussione), non si è sottratto a ripercorrere «un periodo della mia vita che ho cancellato». Con la grinta di sempre, lucido e senza rancori, il giovane sindaco di allora (aveva 44 anni quando fu eletto nel ’90 con ottomila preferenze) alla soglia dei 70 anni («il 2 giugno del ’46 mia madre mi partorì e poi andò a votare per la Repubblica») parla di sè e inevitabilmente di Pescara, la città dove, come gli ha insegnato il papà Francesco, è rinato mille volte. Compresa quella in cui è stato giornalista sportivo, quando lavorava a Telemare e faceva le radiocronache del Pescara per Radio Pescara nei primi anni Ottanta.

Ciccantelli, cosa fa oggi?

Sono vent’anni che ho una società di recupero crediti. Lavoriamo con le grandi finanziarie. L’avevo avviata per dare una mano ai miei figli, mi sono reinventato scegliendo la strada della piccola impresa, l’ultima pagina bella della mia vita. Tra alti e bassi sono riuscito a creare un’attività che ha dato lavoro a tante persone creando tra noi un clima di affetto e di collaborazione come fosse una famiglia. Ma la mia massima è sempre la stessa: la vita è una serie di eventi positivi e negativi che si susseguono giorno dopo giorno.

Iniziamo con una domanda da sindaco. Che cosa avrebbe voluto fare a Pescara che non è riuscito a fare?

Due cose in particolare. La prima è l’area di risulta della stazione. La concessione dell’area demaniale allora creò parecchi dissapori nella maggioranza del pentapartito. Ma fu un’offerta che l’onorevole Susi mi fece attraverso i giornali, una sorta di sfida, “se Ciccantelli vuole, io le aree di risulta gliele do anche domani per trent’anni” e io ebbi un moto dì’impeto, non mi consultai nemmeno con la maggioranza e risposi “sono pronto anche domani”. E firmammo la concessione. Avevo anche un progetto che è poi più o meno quello di cui si parla ancora oggi: il parcheggio interrato, il terminal degli autobus, ma con la discordanza sul teatro: Pescara ce l’ha già gli spazi per la culturai, quello che manca è un palaEventi, un palazzo dei congressi per fare turismo congressuale e portare gente anche d’inverno, come fa Rimini. Siamo ancora in condizione di farlo.

E la seconda?

Risolvere il problema del traffico. Uno dei nostri progetti era il congiungimento delle due riviere con un ponte o con un tunnel. Lode a D’Alfonso che ha fatto il ponte del Mare, ma serve un ponte veicolare. E poi la strada parco. Basta a cincischiare: la viabilità ha bisogno di un collegamento alternativo Pescara-Montesilvano, oppure si avvii una volta per tutte un collegamento valido di locomozione pubblica su quel tratto.

È diventato sindaco a 44 anni, è entrato presto in politica?

Diciamo che la prima parte della mia vita è stata dedicata a sport e divertimento.

Quali sport?

Ho giocato nella gloriosa Ursus del presidente Marino quando nella squadra c’erano Mansueti, Vittorio Orlando, Paolo Tarquini e tanti altri. E poi ho fatto atletica ai tempi di Vittorio Maturo, uno dei più grandi personaggi di Pescara, una vita dedicata ai giovani e ai suoi adorati cani. Ma quelli erano tempi in cui l’atletica a Pescara aveva D’Agostino, Carboni, Vittorio Palleri. Oggi sembra sparita. Maturo, dietro quella facciata burbera, aveva una sensibilità straordinaria che gli ha consentito di far crescere i giovani. È stato uno dei primi incontri importanti della mia vita.

E quali sono stati gli altri?

Prima di tutto mio padre Francesco.

Che cosa faceva?

Dal dopoguerra al 1973 ha gestito la spiaggia del tratto che ancora adesso si chiama Aurora, dalla Rotonda a Guerino quando lo stabilimento non c’era ancora. Poi arrivarono degli imprenditori bolognesi e costruirono il Gabbiano, il locale più in della costa abruzzese dove al secondo piano si esibivano i Nassa. L’acquistarono i fratelli Camplone e diventò Guerino. In quegli anni aiutavo mio padre sulla spiaggia dell’Aurora quando il gestore veniva chiamato bagnino e gli ombrelloni si toglievano la sera e si rimettevano la mattina. Erano i tempi delle sabbiature e io a 15,16 anni avevo imparato a farle alle signore.

Chi veniva all’Aurora?

La nostra spiaggia era in centro ed era frequentata da tutte le famiglie della zona, Sideri, Colacito, l’onorevole Mancini, Lagalla, il notaio Mastroberardino e le comitive dei giovani di allora con Armando Mancini, Paola Marchegiani, Lello Grilli. Ma poi nel ’73 papà si stancò di quel lavoro e riuscì ad avere la licenza di taxi.

E lei?

Io con mio cognato Guido Mazza, perché nel frattempo a 23 anni mi ero sposato con Carla (Petrongolo ndr) conosciuta tra i banchi del glorioso Tito Acerbo, prendemmo in gestione Istria.

Che tempi erano?

Erano i tempi in cui la vita sulla riviera, quella serale, finiva ad Eriberto. All’epoca Istria lo chiamavano lo stabilimento Arlecchino perché era tutto a chiazze colorate, fummo io e mio cognato a fare la ristrutturazione esterna scegliendo i colori che ci sono ancora. E lì mi seguirono tutti i giovani dell’Aurora, gente della generazione del ’50, ’54 tra cui ricordo De Camillis, Giancarlo Iezzi, grande giocatore di tennis, Gaspare Masciarelli e Cristina Diamanti, una delle ragazze più belle di quegli anni. Istria durò due anni.

Perché finì?

Ancora per il grande rapporto che avevo con mio padre, che nel 1974 ebbe un incidente e scoprimmo una malattia molto rara che due anni dopo lo portò all’amputazione di una gamba. Avevamo un rapporto strettissimo, e in quegli anni mi dedicai a lui, proseguendo la mia vita in politica.

Com’ era iniziata?

Subito dopo il militare, avevo 21 anni e non volevo fare l’università. Mio padre in quel periodo era molto vicino al sindaco Casalini, a febbraio del ’68 si avvicinavano le elezioni politiche ed ebbi la fortuna di entrare nella segreteria dell’onorevole Antonio Mancini, anche lui un maestro di vita prima che di politica. Partecipai alla campagna elettorale per la seconda legislatura di Mancini e iniziai a fare vita di partito.

Ha nominato Casalini, come lo ricorda?

Per me è stato un sindaco che non ha avuto il giusto riconoscimento dalla storia. Uomo di grandi capacità a cui si rimprovera una gestione del potere un po’ troppo pratica. Ma ha portato soluzioni importanti alla città, tipo l’asse attrezzato.

Chi c’era ai suoi inizi, in Comune?

Il consiglio comunale era formato da personaggi come D’Angelosante, Viserta, Ciafardini, Quieti, assessore giovanissimo, Tino Di Sipio, Fernando Di Benedetto, Raffaele Delfino. Erano tempi in cui quando c’era il consiglio comunale si andava ad ascoltare per passione, ma anche perché c’era il senso di appartenenza politica. Ma allora i partiti avevano i movimenti giovanili, periodicamente ti mandavano a Roma e ti insegnavano ad affrontare i problemi, il dibattito, la discussione, che cos’era una commissione, come si faceva una delibera, come si impostava un comizio. Oggi è una democrazia senza partiti, una rovina: è un’Italia colma di partiti ad personam con il qualunquismo più becero, dove è sparita qualsiasi forma di dibattito e c’è solo lo scontro per l’acquisizione del consenso.

Un ricordo di quegli anni.

Le simpaticissime campagne elettorali per le politiche tra Delfino e Mancini che si rispondevano nei comizi che si susseguivano a piazza Salotto l’ultimo venerdì.

Com’è diventato sindaco?

Giovanissimo sono entrato nella direzione provinciale come vice segretario, ho avuto l’incarico agli enti locali e nel 1985, a 38 anni mi convinsero a candidarmi alle amministrative. Arrivai quarto in una lista di 50 persone ed entrai in consiglio comunale. Il sindaco era Nevio Piscione, e feci l’assessore allo Sport per tre anni, fino al 1988, negli anni d’oro dello sport pescarese

Gli anni d’oro di Pescara.

Come no. In quei tre anni vincemmo perfino il campionato nazionale di Subbuteo. C’era la Pescara calcio in serie A che andavo a vedere direttamente in campo, la mia grande gioia; la pallavolo Vianello con D’Isidoro e compagni in serie A, la pallanuoto di Estiarte campione d’Europa, la pallamano femminile pure in serie A, che giocava in via Rigopiano, la pallavolo femminile con l’Antoniana e poi il basket maschile e femminile pure in serie A. Fu proprio la promozione improvvisa della Facar in A a farci ristrutturare a tempi di record il palazzetto di via Pepe. Ma in quegli anni ho finito anche il campo di Zanni e il PalaRigopiano. Un periodo unico.

E poi?

Poi dall’88 quando cambiò la giunta, con De Martis sindaco, passai ai Lavori pubblici.

Poi l’elezione a sindaco.

Sì, nel 1990 successe quello che nemmeno io mi aspettavo. E cioè che prendessi 8mila voti, fui il primo degli eletti. Ma in quel periodo la leadership della Dc era nelle mani di Quieti, noi eravamo e siamo ancora molto legati, un amico fraterno per me. Io ero convinto che Quieti, che aveva rinunciato alla candidatura alla Camera, meritasse di ricoprire la carica di sindaco. Ma alla fine fu lui a convincere me. Voglio che vai tu, mi disse. E andai.

La maggioranza ancora di pentapartito?

Sì pentapartito classico. I primi due anni andarono avanti tranquillamente poi cominciarono le scaramucce.

Per via di Tangentopoli?

No, scaramucce nelle varie correnti della Dc e del partito socialista.

Quali correnti?

Tante. Nel partito socialista c’erano quella di Piero D’Andreamatteo e quella craxiana di Susi. Nella Dc c’era il gruppo di Novello, di Canosa, di Casalini e poi di Piscione, e di Quieti. Io stavo con Quieti e diciamo che nella Dc eravamo il gruppo progressista. Tanto che poi, nel momento in cui montò la crisi feci una cosa inusuale per quei tempi. All’opposizione c’era la lista civica del Pds con Torlontano, Antonello Ricci, Adriano Michetti, Armando Mancini. E con loro, con Ottavio Marchetti del partito repubblicano, dopo qualche riunione notturna, organizzammo la giunta di centrosinistra che sarebbe subentrata. E feci cadere la giunta del pentapartito. In quel consiglio c’era anche un giovanissimo Pagano socialista.

Su che cosa vi spaccaste?

Sulle solite cose: poltrone e incarichi. Entrarono in giunta ArmandoMancini, Michetti del Pci divenne vice sindaco, coinvolgemmo anche Splendora Rapini, di Rifondazione mi sembra.

E poi arrivò Tangentopoli che a Pescara aveva già buttato giù nomi importanti della vecchia guardia. E colpì anche lei, l’uomo nuovo, la faccia onesta della Dc. Fu l’agnello sacrificale, dicono.

No, nessun agnello sacrificale. Non è vera la favoletta che va in giro in città che io sono stato la vittima di qualcuno. Io ero cosciente e consapevole di quello che facevo. Le colpe sono state mie per mia scelta.

Si aspettava l’arresto?

Successe in piena Tangentopoli, ma io non me l’aspettavo. La mattina vennero a casa e la sera già ero tornato a casa.

Come la prese?

Reagii con l’educazione che mi aveva dato mio padre e con la formazione che avevo avuto nel partito. Mio padre mi aveva sempre detto “se ti dovessi trovare nei guai di’ quello che hai fatto e arvatt’n a la casa. E così ho fatto. Una persona normale di fronte alla giustizia non può ricorrere ai bizantinismi del tipo mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Grillo non si è inventato niente. Io la mattina in cui sono venuti a prendermi i poliziotti della Digos e anche con disagio, uscendo di casa ho detto a mia moglie “Carla chiama Ugo Piscione”, che era il mio segretario “e digli di preparare le mie dimissioni da sindaco”. Dimissioni immediate che andai a firmare prima ancora di farmi interrogare. I capi di accusa erano molti, ammisi subito le mie colpe per ciò che mi riguardava e negai tanti addebiti non veri. Perché la persona normale, la prima cosa a cui pensa è alla famiglia. Mia moglie e i miei figli quella mattina subirono il più grande trauma della loro vita. Non potevo non pensare a loro prima di tutto. All’interrogatorio ho ammesso quello che ho fatto, “questo è tutto, posso andare?” e la sera stavo già a casa. Poi ho patteggiato perché, anche lì, non ho voluto trascinare in 5-6 anni di processo la mia famiglia. E oggi quando incontro il pm di quell’inchiesta, Pietro Mennini, c’è un rispetto cordiale fino alla stretta di mano tanta è la stima reciproca. Ma vedo che in questi venti anni in pochi hanno seguito il mio esempio.

Che cosa si rimprovera di quella storia?

Ho peccato di leggerezza. Esisteva il finanziamento ai partiti ed esisteva il reato di finanziamento illecito ai partiti. Ma dal giorno in cui sono andato a firmare le mie dimissioni da sindaco, prima ancora di farmi interrogare, non ho mai più salito le scale del Comune.

E le risalirebbe?

No. La mia esperienza mi ha insegnato che la politica è l’elemento essenziale per la vita della democrazia, ma anche, che tira fuori sempre l’aspetto deteriore dell’uomo. Non c’è niente da fare. E non ci ritornerei mai. La politica era la mia passione, ma non era tutto.

Tanti personaggi della vita politica di allora incappati in quelle vicende giudiziarie hanno avuto ripercussioni pesanti sulla salute.

Certo. Anche io, sono stato malissimo, ma dopo qualche mese di depressione mi sono rialzato e ho voltato pagina. Sempre grazie alla famiglia.

E oggi, com’è il suo rapporto con la città?

Ho ancora un buonissimo riscontro, sono di Pescara e a Pescara ho sempre vissuto. Ma c’è sempre qualche giustizialista integralista. Lo capisci quando non ti invitano a certe manifestazioni, quando l’associazione dell’Acerbo, la scuola di cui sono stato tra i protagonisti della mia generazione, non mi invita perché qualche giustizialista si dimentica che quella scuola ha avuto un sindaco. Ed è Ciccantelli.

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