Cleria, il fragile Riccardo e i 29 morti di Rigopiano: è l’anno delle sentenze

L’11 febbraio c'è quella per le vittime della valanga. In calendario anche la chiusura del processo Marinelli per corruzione
PESCARA. In questo 2026 alcuni dei fatti di cronaca più rilevanti andranno a sentenza. Dalla morte del giovane e fragile Riccardo Zappone, al femminicidio di Cleria Mancini, a Lettomanoppello, passando per la vicenda della sanità con al centro l’imprenditore Vincenzo Marinelli, deceduto nelle more dell'inchiesta a ottobre del 2024 portando con sé molti dei segreti della vita politica e imprenditoriale abruzzese. E poi, alla vigilia del nono anniversario, c’è il processo più complicato e discusso che andrà a decisione l'11 febbraio: quello per i 29 morti dell’hotel Rigopiano, il resort abbattuto dalla valanga del 18 gennaio 2017.
IL PROCESSO RIGOPIANO – La vicenda è giunta all’appello bis che si sta tenendo a Perugia. Su 30 imputati, rappresentanti di Regione, Provincia, Prefettura, Comune di Farindola e altri ancora, in primo grado a Pescara, con il rito abbreviato vennero condannati soltanto in cinque. Poi l’appello all’Aquila ha aggiunto due condanne, fra cui quella (poi passata in giudicato) dell’allora prefetto Francesco Provolo per falso. Ma la Corte di Cassazione ha annullato le condanne rinviando tutto alla Corte perugina e apportando una grossa novità: ha fatto tornare in vita le posizioni di sei regionali, accusati di disastro colposo, che avevano ricoperto incarichi nella Protezione civile e che erano stati assolti nei due gradi di giudizio, e ritenuti invece colpevoli di non aver realizzato la Carta pericolo valanghe (in base a una legge del '92 ancora in vigore) che, secondo gli ermellini, avrebbe potuto evitare la tragedia. La Corte di Perugia l’11 febbraio dovrà emettere la sentenza dopo le richieste di condanna avanzate dal procuratore generale: la conferma delle condanne dei provinciali Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio a 3 anni e 4 mesi; dell’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta e del suo tecnico, Enrico Colangeli, a 2 anni e 8 mesi.
Il reato è quello di omicidio colposo plurimo ritenuto da tutti ormai prescritto, ma non dal pg di Perugia che ha chiesto le condanne anche per tutti i sei regionali imputati per disastro colposo: Carlo Giovani, Carlo Visca, Emidio Primavera, Pierluigi Caputi, Sabatino Belmaggio e Vincenzo Antenucci. Per loro il pg ha chiesto la condanna a 3 anni e 10 mesi, senza fare distinzione di posizione, passaggio peraltro sollecitato dalla stessa Cassazione, sostenendo, in definitiva, che «non hanno servito lo Stato» e dunque vanno condannati: ritenendo di vitale importanza la realizzazione di quella Carta valanghe, mai portata a termine. E non è detto che questo processo di appello bis possa scrivere la parola fine, in quanto la sentenza di Perugia potrebbe venire impugnata di nuovo e finire in Cassazione, allungando ulteriormente questo tortuoso cammino giudiziario e lo strazio dei parenti delle vittime.
IL PROCESSO MARINELLI – Quattro filoni di indagine (tre dei quali giunti nella fase dibattimentale mentre il quarto è ancora davanti al gup (ma riguarda fatti diversi dalla sanità, e cioè l'acquisto di bus elettrici da parte di Regione e Comune di Pescara), per smascherare, almeno questo l'intento della procura pescarese, una rete di favori che l'imprenditore Marinelli avrebbe ricevuto, attraverso una rete di corruzione ad ampio raggio (contributi elettorali, regali preziosi, casse di champagne, borse firmate), finalizzata a ottenere l’aggiudicazione di appalti milionari per alcuni colossi sanitari con i quali Marinelli aveva un rapporto di agenzia. L’inchiesta ha investito anche personaggi politici di centrosinistra e centrodestra tra cui l’attuale presidente del consiglio regionale Lorenzo Sospiri, l’ex consigliera regionale della Lega Sabrina Bocchino e il consigliere regionale Pd Silvio Paolucci, ex vertici della Asl di Pescara come Vincenzo Ciamponi e l’attuale dirigente Rosa Vilma, e poi imprenditori, avvocati, medici e la stessa figlia di Marinelli, Silvia. Ma, al di là di quanto decideranno i giudici in ordine alle posizioni dei 23 imputati rimasti a dibattimento nei tre diversi filoni (originariamente erano 45 gli indagati, comprese una serie di società), il pm Andrea Di Giovanni ha già incassato 14 patteggiamenti.
L’OMICIDIO DI CLERIA – Cleria Mancini, uccisa dal marito Antonio Mancini con un colpo di pistola nel centro di Lettomanoppello nel pomeriggio del 9 ottobre scorso. Poi la fuga dell’uomo con la sua carrozzina elettrica verso la vicinissima Turrivalignani dove, prima di essere bloccato dai carabinieri, seminò il terrore. È questo il femminicidio per il quale quest’anno dovrebbe arrivare la sentenza nei confronti di Mancini.
LA MORTE DI ZAPPONE – E in questo 2026 dovrebbe definirsi anche la vicenda che portò alla morte Riccardo Zappone. La mattina del 3 giugno scorso il giovane è protagonista di un litigio nell’autofficina di strada Comunale piana e subisce l'aggressione di tre persone ora indagate per concorso in omicidio preterintenzionale: i fratelli Paolo e Angelo De Luca e Daniele Giorgini. Un’aggressione cui seguì l’arresto del giovane da parte della polizia che, per mettere le manette a Zappone che si riteneva parte lesa e non aggressore, gli spararono 12 scariche di Taser senza chiamare poi l’ambulanza e lo portarono in camera di sicurezza dove ebbe un grave malore che lo portò alla morte appena giunto in ospedale. Morte non provocata dal Taser, come spiegò il medico legale. La svolta arrivò poco dopo con il deposito della relazione di due esperti, che stabilì che a causare la morte di Riccardo sarebbe stata una massiccia dose di cocaina assunta poco prima del litigio con i De Luca in strada comunale Piana. Sta di fatto che il terzetto resta indagato per omicidio.
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