Coccobello, costumi e bracciali «Siamo i negozi della spiaggia»

Ecco gli ambulanti autorizzati dal Comune, il fruttivendolo Sola: bancarella al mare da tre generazioni Padre e figlio senegalesi raccontano: pescaresi brava gente ma, dopo il Covid, gli affari sono in calo
PESCARA. Trascinano lungo la battigia i carretti dei vestiti, tanti e coloratissimi, appesi alle grucce infilate negli ombrelloni sforacchiati. Sudati e stanchi si fermano, di tanto in tanto, tra uno stabilimento e l’altro, ma sempre a riva, ad aspettare le clienti che conoscono da una vita o signore che si avvicinano curiose. I venditori di frutta e cocco, invece, si sono attrezzati con carrelli motorizzati, più agevoli nella sabbia. Un tempo li chiamavano “vu’ cumprà”, quasi in modo dispregiativo. Oggi sono venditori ambulanti a tutti gli effetti, con tanto di licenze rilasciate dal Comune di Pescara. Tra loro, però, c'è ancora qualche abusivo che si guarda intorno, col timore di essere “pizzicato” dalla polizia municipale o dalla guardia costiera. I non autorizzati rischiano 6mila euro di multa e la confisca della merce, che, nel caso in cui fosse contraffatta, si aggiungerebbe anche una denuncia penale. Dice di non averla la licenza, Bilè, 18 anni. Arriva da Napoli ma è di origine marocchina: è a Pescara da un anno, proveniente da Ischia. Indossa un curioso cappello con i fiocchetti colorati. Racconta di essere «uno studente dell'Alberghiero» partenopeo e di avere un sogno: «Diventare uno chef di sala. Ma intanto «devo campa’».
Napoletano, di Casoria, è anche Antonio Sola, 40 anni, residente «da una vita» a Montesilvano, ma adottato professionalmente da Pescara. «Amo queste città come la mia Napoli», dice. I permessi li ha, eccome, li stacca dal carretto stracarico di frutta fresca e li mostra soddisfatto. “Coccobello” di terza generazione, Antonio, sposato con Nunzia Solla, ha dedicato la sua “frutteria chalet mobile”, supersanificata e lucida, alle figlie Raffaella e Patrizia, 13 e 9 anni. «Mi rammarico», confida, «di non avere ancora il carrettino intitolato a Chiara», l’ultima nata, 2 anni. «Questo è il lavoro più bello del mondo», si bea mentre degusta un caffè nella piazzola della Madonnina prima di fare le vasche col carretto lungo il litorale verso Montesilvano, «dopo il Covid abbiamo lavorato benissimo, oggi c’è un lieve calo, ma si va avanti. Alla fine la frutta si vende sempre. Mi alzo all’alba per lavarla, la taglio a pezzetti e poi vado in giro fino al tramonto. Mio nonno Vincenzo», racconta, «faceva l’imbianchino a Napoli, ma dopo una vacanza ai Bagni Bruno di Montesilvano, il lido della signora Pina, si mise a vendere il cocco. E La tradizione continuò con mio padre Giuseppe, suo figlio, e io: avevo 10 anni, accompagnavo papà, morto giovanissimo come mia madre Raffaella, con le ceste in mano e il secchio dell’acqua per lavare i pezzetti di frutta». Erano gli anni ’80 e ’90. «All'epoca si poteva ancora strillare “coccobelloooo” e fischiare, oggi il fischietto lo tengo appeso al carretto. Però ogni tanto lo uso», confessa sorridendo, «ma rispetto gli orari dei riposini della gente che incontro in spiaggia e che ancora si ricorda di me piccolino e mio padre. Ricordo anche Alfredo, credo si chiamasse così, che vendeva pizzette e bomboloni caldi».
Sek e Sek, padre e uno dei 9 figli con lo stesso nome, piazzano il carretto, colmo di buste azzurre con gli indumenti, sulla sabbia bagnata. Sono senegalesi e vivono in città da 40 anni, con la famiglia in patria: «I pescaresi sono brave persone, comprano, ma le vendite sono calate dopo il Covid», annotano. «La gente non ha più soldi, l’Italia non è più come prima», riflettono Simone e Abdul, senegalesi di Tuba, «i vestiti ci costano 10 euro e li rivendiamo a 13. Ai pescaresi piace trattare e alla fine non ci rimane nulla. È una vita dura, mandiamo i soldi alle famiglie, lavoriamo le campagne per arrotondare e non diamo fastidio a nessuno».

