Collegialità o la conta Aut-aut al segretario dalla fronda dei big

Braccio di ferro sulla direzione e sulla scelta dei capigruppo L’area della minoranza chiede una gestione plurale
ROMA. La direzione di lunedì e la scelta dei capigruppo. Sono questi i due snodi dello scontro che si è aperto nel Pd, dopo le dimissioni da segretario annunciate da Matteo Renzi. Un braccio di ferro è in corso perché l'addio sia effettivo da subito, con una gestione collegiale della fase che si apre, con l'insediamento del Parlamento e le consultazioni per il governo. I renziani premono perché il segretario resti protagonista di questa fase. Ma i «big» di maggioranza e minoranza vogliono la garanzia che le scelte cruciali per la legislatura saranno condivise. E in queste ore si cerca una mediazione, a partire dalla relazione che il vicesegretario Maurizio Martina farà lunedì in direzione. Ma si cammina su un crinale scosceso: nessuno esclude lo scontro finale ed è perciò già partita la «conta» delle truppe, in direzione e nei gruppi. Il segnale che la debacle elettorale apra una nuova stagione, la dà di primo mattino l'annuncio di Carlo Calenda di iscrizione al Pd: il primo obiettivo - spiegano fonti parlamentari vicine al premier Gentiloni - è salvare e rilanciare il partito, ampliandone i confini e le possibilità di riunire il centrosinistra. I renziani leggono la mossa come un annuncio di candidatura del ministro al congresso, ma dalla maggioranza non renziana fanno sapere che così non è: Calenda nega ambizioni e non potrà essere di sicuro candidato di un pezzo di sinistra, spiegano, ma soprattutto il congresso (che potrebbe tentare altri Dem come Stefano Bonaccini o Sergio Chiamparino), va preparato e fatto con calma, non con i numeri di oggi. Ora - dicono - bisogna gestire la crisi di un partito al 19% e correre ai ripari con una ritrovata collegialità. Il fronte di chi non ha gradito le modalità delle dimissioni di Renzi è ampio e va dalla minoranza a Paolo Gentiloni, che avrebbe avuto con il segretario una sola, fredda, telefonata martedì, passando per «big» del calibro di Dario Franceschini e Graziano Delrio. Tutti costoro respingono come «velenosi depistaggi» (parole di Franceschini), l'accusa di voler fare l'accordo con i Cinque stelle. Il tema, affermano, non è quello, ma gestire questa fase e anche, quando sarà il momento i rapporti con il Quirinale: se ti dimetti non gestisci nulla - è il messaggio a Renzi - almeno non da solo. Il segretario per tutta risposta affida la relazione in direzione a Martina e fa sapere che sarà via qualche giorno. Un segnale positivo, secondo i «big» della maggioranza Dem: si tratta ora su come gestire in concreto questa fase (un gruppo ristretto, un reggente che riferisce alla direzione?). Ma se Renzi diserterà, come ventilato, la direzione, l'accordo varrebbe poco: i non-renziani fanno sapere che a quel punto la direzione potrebbe saltare. L'altro punto su cui si cerca una mediazione è il nome dei futuri capigruppo. No ai «pretoriani» di Renzi, dicono gli oppositori: no alle ipotesi di Boschi alla Camera e Parrini o Marcucci al Senato. Ma i renziani fanno sapere che altre sono le ipotesi: a Montecitorio si fa il nome di Lorenzo Guerini. Nel frattempo i due fronti contrapposti contano le truppe. In partenza sia la direzione che i gruppi sono a schiacciante maggioranza renziana, ma gli avversari del segretario fanno sapere che «la situazione è aperta e in evoluzione». Al momento c'è chi «conta» un 40% di anti-Renzi in direzione ma potrebbero crescere: in queste ore, assicura una fonte, si sta sondando uno a uno, nessuno escluso, neanche i Millennials. S.M.

