Colosimo: «Io, come Borsellino. Lavoro in un nido di vipere»

16 Ottobre 2026

La presidente della commissione Antimafia a Pescara: «Tutti i giorni vivo quella sua frase»

PESCARA. «Tutti i giorni vivo quell'espressione che Borsellino regalò dei suoi colleghi in un momento di disperazione, quando del posto dove lavorava disse: “Qui è un nido di vipere”». Detto dalla presidente della commissione Antimafia, la meloniana Chiara Colosimo, fa un certo effetto. L’uscita della deputata arriva dal palco del teatro Sant’Andrea di Pescara, che ospita l’incontro con gli studenti del liceo organizzato in occasione del premio Paolo Borsellino. Ci sono anche degli alunni delle scuole elementari. Difficile che la platea abbia intuito che il destinatario indiretto della staffilata, con tutta probabilità, sia Roberto Scarpinato, senatore del Movimento 5 Stelle e membro della commissione di Palazzo San Macuto, finito nella bufera per le intercettazioni relative alla pista mafia appalti come movente delle stragi.

Il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha archiviato il procedimento, a carico di ignoti, sulle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici (movente e contesto delle stragi di Capaci e via D’Amelio), ma ha stigmatizzato come «depistante» la condotta tenuta dall’ex pm. Il riferimento è alla conversazione telefonica avuta tra lo stesso Scarpinato e un altro ex magistrato, Gioacchino Natali (intercettato nell’ambito di una inchiesta per favoreggiamento alla mafia) prima che fosse ascoltato in commissione.

Nel decreto di archiviazione Bologna precisa «di non poter (e dover) prendere posizione» e che la questione è tutta politica. Colosimo, dal canto suo, dice di non voler «entrare in nessuna polemica», ma poi il gip di Caltanissetta diventa l’escamotage per parlare della vicenda. «Da quando ho preso a occuparmi dei 57 giorni che dividono il 23 maggio dal 19 luglio», dice la Colosimo, «il “nido di vipere” si è riattivato, qualcuno ha ricominciato a depistare. E questo non lo dico io», specifica, «perché sennò farei polemica politica. L’ha scritto di recente il gip Santi Bologna». Più chiaro di così. Dalla sala nessuna reazione, solo gli sguardi confusi degli studenti. Graziano Fabrizi, che modera l’incontro, cambia repentinamente argomento.

Colosimo racconta il proprio lavoro e si racconta. Dal caso dei permessi ai boss mafiosi al decreto, bloccato, che porta il suo nome fino al percorso di militanza. È una enfant prodige: romana, del quartiere della Balduina, inizia a fare politica al liceo, dove si avvicina ad Azione studentesca e soprattutto la sua leader, Giorgia Meloni. A 23 anni diviene consigliere regionale del Lazio – la più giovane d’Italia – e nel 2022 deputata. Il 23 maggio del 2023, giorno dell’anniversario della strage di Capaci, viene nominata presidente della commissione Antimafia. Aveva 37 anni. «Una data che mi ha segnato moltissimo: non credo nelle coincidenze. Con questo incarico credo di aver ricevuto il regalo più bello della mia vita», confessa ai ragazzi in sala.

Ma la curiosità degli studenti è tutta rivolta al lavoro della commissione: chiedono che si torni a parlare dell’indagine per arrivare alla «verità storica» di quei famosi 57 giorni . Le ricostruzioni sono milioni, ammette la Colosimo, soprattutto sulla famosa “agenda rossa” che era nella ventiquattrore del magistrato il giorno della strage ma che non è mai stata ritrovata. «Via D’Amelio è la più grande operazione di depistaggio della storia italiana», è l’analisi della deputata. «Quest’anno sono stata nello studio privato di Borsellino. Nel suo cassetto c’era un pacchetto di Dunhill, le sigarette che fumava. Erano nella sua borsa insieme a un costume da bagno, un mazzo di chiavi e l’agenda rossa. Dopo 34 anni le sigarette sono ancora lì», continua la Colosimo. L’agenda rossa, invece, no.

Era il taccuino dove il magistrato segnava i dossier su cui stava lavorando. La chiave di volta, secondo molti, per scoprire il movente dietro l’attentato. Quando la borsa di cuoio è stata recuperata, non c’era più. «Io ho una mia personale opinione su quanto accaduto, perché», continua la deputata, «tra le cose che ho fatto e di cui vado particolarmente orgogliosa, ho desecretato dei documenti che non so perché fossero ancora segreti dopo 32 anni, e anche questo mi ha fatto pensare. Ho scoperto», racconta ancora, «che i sigilli allo studio in procura di Borsellino sono stati apposti alle 23.59. Vogliamo contare quante ore erano passate dalla strage? Siccome secondo tante ricostruzioni la borsa è stata riportata in procura, forse l’agenda è sparita da lì, invece che dal luogo della strage?».

La parola passa agli studenti. Fanno domande, si mostrano curiosi. «Chi di voi vorrebbe fare il magistrato?», chiede a sua volta Colosimo. Si alza più di qualche mano. Lei sorride, confessa che tornando indietro prenderebbe la stessa strada. Il momento più toccante della giornata però arriva quando la deputata riporta agli studenti i ricordi della figlia di Borsellino, Lucia, del giorno della strage: «Dopo Capaci, lei sapeva che il papà era una vittima predestinata. Mentre va in via D’Amelio, sa che troverà i pezzi di suo padre: quando arriva, mette insieme quello che resta delle sue gambe. Lucia, allora, era solo una ragazza».

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