Colpita da meningite da neonata viene risarcita dopo trent’anni

Si ammalò nell’ospedale di Popoli a causa della salmonella trasmessa da un’infermiera La Cassazione ha condannato la Asl di Pescara a pagare 400 mila euro di danni alla famiglia
PESCARA. Aveva appena un mese e 4 giorni di vita, nel 1981, quando ebbe una crisi e fu ricoverata prima all’ospedale di Popoli, lo stesso in cui era nata, e poi a Pescara e a Bologna. Era meningite da salmonella, forse contratta proprio all’ospedale di Popoli poco dopo la nascita. Dal giorno della crisi, con pianto continuo, irrigidimento degli arti e cianosi, quella neonata riportò un’invalidità totale. Più di 30 anni dopo, la Asl ha pagato alla famiglia circa 400 mila euro di risarcimento danni. Ma non è ancora finita: la Asl dovrà pagare ancora altri 50 mila euro di spese legali.
«Nella condotta attribuita alla Ulss di Popoli sono in astratto ravvisabili gli estremi del reato di lesioni personali colpose», è la conclusione dei giudici. Una vita distrutta e, insieme a quella della bambina, ne hanno sofferto e ne continuano a soffrire anche i familiari: lo sanno anche i giudici che parlano di «quotidiano rinnovarsi delle sofferenze».
La storia riporta al 1981 quando nel Pescarese esistevano ancora tre Ulss, Pescara, Penne e Popoli: oggi la Ulss di Popoli è ancora in liquidazione e il commissario è Claudio D’Amario, ormai ex direttore generale della Asl. A breve, D’Amario sarà sostituito dal nuovo direttore generale Armando Mancini.
Ma come è possibile ammalarsi in un ospedale? Lo rivelano le sentenze che si sono succedute in un contenzioso che va avanti dal 1986, anno in cui la famiglia della bambina, assistita dall’avvocato Michele Colacito, fece causa. Quel contenzioso si è concluso davanti alla Corte di Cassazione: «Nessun dubbio», dice la sentenza d’appello, confermata poi dalla Cassazione, «può essere seriamente sollevato sul fatto che l’origine della meningite debba essere individuata nell’infezione da salmonella contratta dalla piccola nel corso del suo ricovero. Lo ha affermato, con assoluta sicurezza», dicono i giudici, «il consulente tecnico del secondo grado di giudizio. E lo aveva riconosciuto lo stesso ospedale di Popoli il cui personale medico, nella cartella clinica, aveva annotato la diagnosi conclusiva di “meningite da salmonella”. Ma lo ha riconosciuto», prosegue la sentenza, «anche lo stesso consulente della Ulss di Popoli, il medico Eligio Pizzigallo (già direttore della Clinica di malattie infettive dell’università d’Annunzio, ndr), che ha espressamente affermato che “non vi è dubbio che la sequenza successiva degli eventi è interamente riconducibile all’infezione meningoencefalica da salmonella”».
Ma chi ha infettato la bambina? Secondo la Asl, assistita dall’avvocato Sabatino Ciprietti, non c’è certezza su chi abbia trasmesso la salmonella alla bambina. Il consulente, però, esclude che la salmonella sia stata trasmessa alla bambina dalla madre o che sia arrivata dal cortile dell’ospedale che all’epoca era sporco e ridotto quasi a una discarica: è più probabile, afferma l’esperto di malattie infettive, che «tale fonte doveva essere fatta risalire ad appartenenti al personale del reparto di Pediatria e, in particolare, a una delle infermiere (portatrice sana della salmonella) addette alla preparazione del latte artificiale con cui la piccola veniva allattata e alla somministrazione in gocce, per via orale, dei vari farmaci di cui la bambina aveva avuto bisogno del corso della sua degenza». Ma la sentenza di secondo grado – nonostante «qualche dubbio sulla piena correttezza dell’operato dei sanitari» –, va oltre la mancata certezza: «L’esatta individuazione del soggetto cui far risalire il contagio non risulta affatto determinante ai fini dell’attribuzione, o meno, alla Ulss di Popoli della responsabilità dell’accaduto». Perché, ricordano i giudici, la legge prevede che un ospedale presti le cure ai pazienti «con la dovuta diligenza» e, dal punto di vista giuridico, tra l’ospedale e i pazienti si instaura un contratto. La meningite, allora, «violò» quel patto e fu distruttiva per la bambina: «A causa della patologia contratta a livello encefalico, non è in grado di espletare le funzioni di vita», dice la sentenza. È costretta a stare sulla carrozzella e l’elenco dei danni riportati è lungo: «Postumi permanenti», affermano i giudici, «configuranti una invalidità biologica totale». E i giudici, seppur nel linguaggio tecnico della giurisprudenza, parlano di «drammaticità delle condizioni psicofisiche in cui versa la ragazza, del quotidiano rinnovarsi delle sofferenze connesse a tali condizioni e dell’inevitabile loro protrarsi per tutto il tempo della vita della giovane».
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