“Come il mare io ti parlo” Le eruzioni emotive di Eleonora Duse al Vate

Nell’opera di Franca Minnucci lettere, fogli e bigliettini che la “Divina” scrisse a D’Annunzio tra il 1894 al 1923
di Giovanni D’Alessandro
È la frammentarietà il pregio, tra i tanti, da cui esordire per parlare del nuovo corposo lavoro di Franca Minnucci su Eleonora Duse/Gabriele D'Annunzio, intitolato, da una frase dell'epistolario tra i due amanti, "Come il mare ti parlo" (Bompiani 2014, 1406 pagine, 30 euro; con saggio di Annamaria Andreoli e postfazione di Giorgio Barberi Squarotti).
La frammentarietà non è legata solo all'essere un epistolario di comunicazioni brevi o brevissime tra la divina e il divo (…sms ante web! verrebbe a volte da definirle) nell'arco di ben 29 anni, dal 1894 al 1923, cioè dai tempi in cui non erano ancora amanti a quelli in cui non lo erano più, epistolario esploso in una collectio di lettere, hotel cards, biglietti e foglietti vergati dalla Duse con grafia a volte nervosa, nella fretta di consegnarli al fattorino o d'imbucarli; ma anche scritti in un italiano approssimativo - avverte Minnucci, la quale ha pazientemente lavorato sugli scatoloni contenenti questa massa cartacea -, un italiano pieno d'errori di grammatica e di sintassi, oltre che attraversato da una congerie di stramberie verbali.
Sennonché l'errore diventa giustezza nella carte di Eleonora o Heleonora, come la chiamava Gabriele il quale - a passione sopita - le cambierà poi scespirianamente il nome in Ermione nella celebre "Pioggia nel pineto". Perché? Perché i messaggi in cattivo italiano della divina sono eruzioni emotive, volutamente incontrollate e diametralmente opposte alla lunga sedimentazione che lei e Gabri, grandi professionisti della parola, dedicavano invece ai copioni, alle poesie, alle tragedie, alle altre pagine scritte in generale. La frammentarietà ci mostra cioè i due personaggi nella loro più nuda quotidianità. Una quotidianità non ordinaria, certo, e neppure comprensibile a volte: poiché i messaggi scambiati tra i due nell'arco quasi d'un trentennio, fanno riferimento a una massa di episodi di cui si è persa memoria, a incontri e abbandoni, a ricongiungimenti e nuove separazioni, oltre ai continui allontanamenti per ragioni professionali o di lei o di lui (la Duse - si legge nella lettera 252 - si ritrovava spesso "all'orlo della carta geografica", tanto lontano la portava il lavoro, nei teatri di tutto il mondo).
Ed è un mare di carte, questo, mai in bonaccia: sempre tempestoso. Ne emergono continue liti e riappacificazioni, ripicche e proclami d'amore eterno, offese e freddezze o, viceversa, sospiri e palpiti (nè manca un cifrario erotico d'antan criptato, dopo le fasi di alcova) che raccontano le pene d'amor perduto e ritrovato, con tormenti, estasi e tutto il classico armamentario della passione, all'insegna di una esasperata emotività, come se i due rivaleggiassero nel dichiararsi preda di una incontrollabile, vorace mania amorosa.
Si è detto, prima, che l'epistolario offertoci da Franca Minnucci è solo della Duse, non di D'Annunzio. Esso viene infatti dalla nipote di Eleonora, fattasi suora, e cioè dalla figlia di Enrichetta, avuta dalla Duse in una precedente unione e odiatrice di D'Annunzio, sospettata d' aver fatto un gran falò delle lettere di lui, per "depurare" della parte dannunziana il carteggio tra lui e sua madre. Si leggono dunque tutti al femminile questi frammenti di un discorso amoroso (di D'Annunzio, precisamente, è conservata una sola missiva, del 1904); ed è «misteriosa» - giustamente segnala Minnucci - «la vicenda del materiale epistolare», ridotto da duetto ad assolo, in cui si ode «quasi esclusivamente la voce della Duse». Voce appassionata, costantemente sollevata dalla quotidianità e dalle sue contingenze. A Gabriele non doveva infatti essere consegnata che l'anima (anche nelle non infrequenti fasi d'asprezza tra di loro, sino al definitivo abbandono) senza impoverire la comunicazione con le concrete bassezze d'ogni giorno.
«Ho amato l'anima tua e il tuo bene a morirne», gli scrive Eleonora. E questa frase è, tra cento possibili, la degna icona di un mare magnum non riassumibile, perché va solo navigato dalla prima all'ultima pagina, anche nel bel saggio "Storia e leggenda dei divi amanti" a firma dell'Andreoli. Con una conclusiva avvertenza: che esso sembra esser stato costruito dalla Duse come un epistolario prima di diventarlo per giustapposizione di materiale. Come se una regia nascosta nella sua mente le imponesse di farlo. Come se la sua coltivata teatralità nel tormentato rapporto col vate (cui ella imputerà, infine, ogni sua sventura) le imponesse di rispettare un copione di eroina perduta a causa dell'amore.
E non si dica che dipende solo dagli stilemi amorosi e letterari del tempo. La divina Duse voleva andare oltre il tempo. Voleva presentarsi come suprema interprete, anche sul palcoscenico privato, del proprio tragico mito.
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