Commercianti e residenti: abbiamo paura di uscire

Appello al questore: venga qui e veda di persona, viviamo sotto continue minacce
PESCARA. La paura è nell’aria. Il clima teso, elettrico. È l’atmosfera che ieri mattina si respirava in centro, di fronte all’area terminal, il giorno dopo la rissa tra stranieri, pakistani e nigeriani, finita a coltellate e bottiglie spaccate sulla pelle di chi ha osato ribellarsi. La paura è quella che diventa psicosi. Ieri, tarda mattinata dalla zona del terminal, è partita, forse da un passante, una segnalazione di rissa alle forze dell’ordine. Ma quando sono accorse sul posto pattuglie di polizia, finanza e carabinieri, non hanno trovato traccia di tafferugli, o quantomeno i protagonisti erano spariti.
La paura è quella che si legge negli occhi. È quella dell’operaio pakistano, che per aver negato a qualcuno l’ingresso nel bagno di un kebab, ha rimediato una bottigliata sulla nuca. Ed è finito in ospedale insieme a un altro giovane verduraio pakistano che ha osato trasgredire la regola del silenzio e dell’omertà e provato ad allontanare chi schiamazzava davanti al negozio, beccandosi una coltellata tra collo e torace. Solo ferite lievi, guaribili in pochi giorni. Al pronto soccorso sono stati medicati e tenuti in osservazione durante la notte. Ma ieri erano di nuovo al lavoro con le ferite sul corpo e nell’animo.
Dai commercianti, residenti e commessi dei negozi, si è levato un appello unanime al questore Francesco Misiti: «Venga qui, a parlare con noi, a vedere di persona cosa succede qui tutte le sere, come si vive sotto continue minacce».
Persone, uomini e donne, che raccontano il clima di terrore in cui si dibattono e chiedono il totale anonimato per paura di ritorsioni.
«Abbiamo paura, troppa paura, vogliamo sicurezza e chiediamo al questore di venire qui ad ascoltare la nostra rabbia e il nostro dolore» dicono da una tabaccheria, «qui succede di tutto, soprattutto dal pomeriggio fino a sera. Spacciano, trafficano biciclette rubate e se le rivendono a 50 euro, fumano spinelli puzzolenti e bevono. Bevono tanto».
E quelle bottiglie vuote diventano armi letali per chi passa nei paraggi oppure osa disturbare quelli «che fanno il comodo loro». Aspettano «con ansia» il posto fisso delle forze dell’ordine che l’amministrazione comunale ha promesso di aprire a giorni sull’area di risulta, negli ex serbatoi dell’area terminal bus, dove da mesi si consumano violenze di ogni genere: stupri, accoltellamenti, risse, zuffe, che vanno tutte a finire nel sangue.
Due sere fa, durante l’ultimo tafferuglio tra stranieri che avevano alzato il gomito, i passanti hanno assistito all’arrivo massiccio di volanti della polizia, carabinieri e vigili urbani. Nove pattuglie, ha riferito un testimone tra la folla. Uno spiegamento di forze di sicurezza chiamato a sedare la lite violenta tra alcuni membri più facinorosi della vistosa comunità etnica che in centro ci vive bighellonando e infastidendo i passanti. I traffici di gruppi di stranieri, una trentina di persone, soprattutto nigeriani, si svolgono davanti alle vetrine dei negozi in centro. I commercianti vedono tutto da dietro i banconi. Denunciano nell’anonimato, cercano di sopravvivere: «Ci difendiamo come possiamo, la sera usciamo disarmati dai negozi e per andare a riprendere l’auto nell’area di risulta, facciamo un giro più lungo proprio per non passare nella pericolosa area terminal. E da una certa ora in poi, dalle 18.30, non entrano più clienti nei negozi. Hanno troppa paura, come noi, come tutti». Rivelano i cittadini che «la situazione è precipitata negli ultimi otto mesi, ma teniamo a precisare che i commercianti etnici dei dintorni sono perfettamente integrati col resto della comunità. Loro non c’entrano nulla con le violenze alimentate negli ultimi tempi». E ancora: «Siamo qui da generazioni e non abbiamo mai dovuto chiamare i soccorsi, come in questi ultimi mesi. Ormai siamo sempre attaccati al telefono e ci vergogniamo di essere sempre gli stessi a telefonare al 112». «Non cambierà mai nulla finché non si applica la certezza della pena», sostiene un altro negoziante da via Piave che custodisce una roncola dietro un bancone «è la mia arma di difesa, non si sa mai». La commessa di un negozio: «Solo in gruppo possiamo attraversare il terminal».

