«Con la telefonata di mio fratello quei morti si potevano evitare»

25 Febbraio 2023

Il dolore di Francesco D’Angelo: «Gabriele chiese aiuto con una chiamata di 4 minuti alla prefettura, ma quella conversazione non fu presa in considerazione, i soccorsi potevano partire molto prima»

PESCARA. «Cosa mi direbbe Gabriele adesso? Mi direbbe di stringere i denti, di guardare avanti e di costruirmi un futuro bello perché lui era fatto così: era sempre pronto ad aiutare gli altri ed era devoto al prossimo. Ma io non posso andare avanti e scordarmi del passato». Francesco D’Angelo sa quello che avrebbe detto suo fratello dopo la sentenza sul disastro di Rigopiano con 29 morti: «Eravamo gemelli, omozigoti, abbiamo condiviso sempre tutto, a partire dalla placenta di nostra madre», racconta. E ripete un orario, una, due, tre volte: le 11.38. A quell’ora del 18 gennaio 2017, con una telefonata durata 4 minuti, Gabriele chiese aiuto: chiamò il Centro coordinamento soccorsi della prefettura di Pescara per chiedere di liberare la strada che dal bivio Mirri di Farindola sale verso Rigopiano per 7 chilometri e consentire agli ospiti e ai dipendenti dell’hotel di andarsene. Perché da quel resort ai piedi del Gran Sasso, dopo le scosse di terremoto della mattina, volevano andarsene tutti. Se fosse un film, ora la telecamera inquadrerebbe fissa quell’ora: alle 11.38 qualcosa poteva cambiare. Vivi o morti? E invece, a distanza di 6 anni, è come se quella telefonata – ritenuta determinante anche dalla Procura – non fosse mai stata fatta: «Quattro minuti di chiamata, chi ha chiamato mio fratello?», dice Francesco. Gabriele, cameriere dell’hotel e volontario della Croce rossa di Penne, è morto per asfissia e assideramento: aveva 31 anni.
Se quella telefonata fosse stata presa in considerazione, sarebbe cambiato qualcosa?
«Sì: i soccorsi sarebbero partiti prima, al massimo a mezzogiorno, e sarebbero arrivati prima a Rigopiano. Invece, c’è stata un’omissione di soccorso da parte dello Stato: che io sappia l’omissione di soccorso è un reato anche se la sentenza di giovedì mi ha smentito. Ma non c’è solo quella telefonata di mio fratello: quella mattina, la fidanzata di Gabriele andò al Comune di Farindola per chiedere aiuto ma il Coc, il Centro operativo comunale, era vuoto perché non c’era la corrente».
Dopo la telefonata alla prefettura, Gabriele chiamò anche lei?
«Mi telefonò l’ultima volta verso le 16: era preoccupato per me perché avevo subito un intervento ed ero stato da poco dimesso. Poi chiamò anche i miei genitori per sapere come stavano: Gabriele era fatto così, pensava prima agli altri».
Quante volte si è chiesto: quella telefonata avrebbe potuto cambiare il corso della tragedia?
«Ci penso tutti i giorni da sei anni. Gabriele è stata la prima persona ritrovata senza vita: è stato preso in pieno dalla valanga e non aveva segni di morte violenta. Se i soccorsi fossero arrivati a un orario decente, si sarebbe salvato e non solo lui. Purtroppo, sono sei anni che ci chiediamo perché quella telefonata non è stata presa in considerazione».
Una telefonata almeno sfortunata: non è finita subito agli atti. Lo sa perché?
«Lo vorrei sapere: nell’aprile del 2017, quindi circa tre mesi dopo la valanga, i carabinieri del Ris l’avevano già trovata. Ma poi, quella telefonata di mio fratello è stata inserita agli atti soltanto dopo un anno e mezzo. Adesso, voglio dire solo che il telefono di mio fratello si trova in Procura da sei anni come corpo di reato».
Cinque condanne e 25 assoluzioni: quanto le fa male la sentenza di ieri?
«Male? Malissimo: quantificare il dolore che provo è impossibile. Mi chiedo una cosa: ma se c’è una prova, cioè la telefonata di mio fratello, come può il giudice dire che “il fatto non sussiste”? È un’omissione di soccorso: se la facessi io per un’altra cosa ne risponderei penalmente mentre, se la fa lo Stato, le cose cambiano».
In tribunale era preoccupato: non sapeva come dire ai suoi genitori dell’esito della sentenza. Come ha fatto?
«L’ha fatto il mio avvocato anche se i miei genitori avevano già visto tutto in televisione e sono rimasti delusi. Per fortuna, ho avuto il giusto presentimento e non li ho portati con me in tribunale altrimenti avrebbero avuto un infarto: nel 2017, dopo la morte di Gabriele, mio padre ha avuto problemi di cuore».
La sentenza ha riconosciuto un risarcimento: quanto vale la vita di suo fratello?
«La vita di mio fratello non ha un valore: è inestimabile. Gabriele è il mio gemello, eravamo omozigoti: con la sua morte, mi hanno tolto tutto. Del valore che ha dato il giudice alla vita di Gabriele, non me ne faccio niente: io volevo giustizia e la voglio ancora».
Nessuno conosceva suo fratello meglio di lei: cosa le direbbe di questa sentenza?
«Gabriele mi direbbe di stringere i denti, guardare avanti e costruirmi un futuro bello».
Ma è possibile andare avanti senza pensare al passato?
«No, questo non è possibile. Mai».
Ha ancora la forza di lottare per avere giustizia?
«Ho fatto una promessa a mio fratello: gli ho promesso che gli avrei dato giustizia, soprattutto dopo aver saputo quello che fece. Ho già chiesto al mio legale di fissare un appuntamento con il procuratore Giuseppe Bellelli e con i pm Anna Benigni e Andrea Papalia: ho letto 80mila pagine di atti e non butterò via tutto questo impegno».
Ha rivisto le scene di ieri in tribunale?
«Sono deluso di me stesso».
E perché?
«Perché non sono riuscito anch’io a buttarmi in mezzo. Avrei dovuto fare come gli altri e sfogare la mia rabbia dentro l’aula e, invece, l’ho fatto fuori».
Giampaolo Matrone e Alessio Feniello, che hanno contestato la sentenza più di tutti, potrebbero ritrovarsi indagati per oltraggio: cosa ne pensa?
«Se ci sarà un’indagine del genere, sarò al fianco di Matrone e Feniello, fino alla fine».