Con quell’appello ai funerali di Vito lei sfidò la mafia

24 Maggio 2023

«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, Vito mio, battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato,...

«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, Vito mio, battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio, ma loro non cambiano». Era il 1992. Rosaria Costa, vedova Schifani, era una sconosciuta moglie di un agente di scorta di Falcone quando, durante i funerali del marito, salì, tremante, sul pulpito della cattedrale di San Domenico a Palermo per pronunciare il suo discorso di sfida alle cosche. Pallida, stremata, il volto seminascosto dai riccioli, la voce flebile, la rabbia controllata e un coraggio da leonessa, lanciò un grido di dolore che squarciò l'Italia intera. Da quel momento nulla fu più come prima: il velo di omertà e paura cominciava a cadere. La mafia della lupara e delle bombe cominciava a cedere il posto alla criminalità che aggredisce le economie. Ma quel giorno la mafia del tritolo c'era, eccome, in cattedrale. Rosaria Schifani, autrice del libro “La mafia non deve fermarvi” (Rizzoli editore) in cui racconta anche la sua malattia da cui è guarita, lo sapeva: «Me lo sentivo, erano tutti lì quelli che avevano commesso quegli orrori. E magari erano gli stessi che avevano stretto le mani ai magistrati uccisi. "Ma loro non cambiano"» ripeteva come un mantra sorretta dal sacerdote che la invitava a rispettare, cosa che non fece del tutto, il testo scritto in precedenza. "Ma loro non cambiano" ha ripetuto ieri 31 anni dopo la strage in cui perse la vita il suo Vito.