Concorsi truccati, tutti assolti

Penne, cadono le accuse contro l’ex sindaco Di Marcoberardino e i candidati: «Ora sono contento»
PENNE. «Sono contento perché non avevo alcuna responsabilità e le cose sono state fatte secondo le regole. La vicenda ora si è chiusa e sono molto soddisfatto per il suo esito anche perché sono stati coinvolti dei giovani, ai quali va tutta la mia stima e solidarietà». È sollevato l’ex sindaco di Penne Donato Ezio Di Marcoberardino che ieri ha incassato dal tribunale di Pescara l’ennesima assoluzione in una delle vicende giudiziarie che dal 2007 hanno inevitabilmente condizionato la sua vita e la sua attività politica. Nello specifico, l’ex primo cittadino, difeso dall’avvocato Ugo Di Silvestre, è stato assolto dal tribunale collegiale, presieduto dal giudice Rossana Villani, dai reati di falso e abuso con la formula del «fatto non sussiste» nell’ambito del procedimento riguardante un concorso del 2007, indetto dal Comune di Penne, per l’assunzione a tempo determinato di un collaboratore amministrativo categoria B3. La vicenda si è sgonfiata perché i giudici hanno assolto, dagli stessi reati, anche i 6 candidati al concorso, che, secondo il pm Gennaro Varone, avrebbero ottenuto «un ingiusto vantaggio patrimoniale con la vittoria del concorso e la conseguente indebita attribuzione di contratto di lavoro con la pubblica amministrazione». Si tratta di Silvia Antonacci e Melania Bianchi, assistite dall’avvocato Federico Bianchi, Concetta Bennato, Alessandro De Crollis, Romina Giancaterino e Caterina Pancione, difesi dai legali Giuseppe Cutilli e Ugo Di Silvestre. Assoluzione dall’accusa di falso anche per i tre componenti della commissione, Anna Maria Melideo, difesa dall’avvocato Marco Di Giulio, Arturo Brindisi, assistito dal legale Vincenzo Di Girolamo, e Catia Di Costanzo, difesa da Alessia Di Pietro. Per il reato di abuso formulato a carico dei tre, è stato invece dichiarato il non doversi procedere per la prescrizione.
Secondo il pm, ai candidati sarebbero stati attribuiti punteggi maggiori rispetto a quelli effettivamente posseduti. Sempre secondo l’accusa, i 6 candidati «in realtà non avevano effettuato alcuna verifica e i punteggi erano stati attribuiti non per merito, ma per precostituita volontà di favoritismo». Per Varone, sarebbero state violate «intenzionalmente le norme imperative sulla par condicio» dei candidati e l’articolo 34 del regolamento comunale di accesso all’impiego che «imponeva la pubblicazione giornaliera degli esiti delle prove orali».
L’ipotesi accusatoria, però, non ha retto in dibattimento e con la decisione del tribunale tutta la questione si è ridimensionata. Proprio da questa indagine era partita la maxi inchiesta, denominata Vestina. Di Marcoberardino, facendo riferimento ai vari filoni di questa inchiesta, sottolinea di aver già ottenuto altre assoluzioni: «Restano in piedi un paio di cose», dice, «spero si concludano presto».
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