Consumi, lavoro e Pil: la caduta ci sarà nel 2023

L’analisi dell’economista Giuseppe Mauro ci svela una regione a due facce All’anno in corso che sa quasi di miracolo seguiranno i veri effetti della crisi
Le stime pubblicate da Svimez indicano per il 2022 una crescita dell’economia italiana e abruzzese. Tuttavia, la stessa associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno avverte il deterioramento del quadro economico a partire dal 2023 per quanto riguarda i principali aggregati economici, con particolare riferimento al ridimensionamento del Pil, del livello dei consumi e dell’occupazione. Per quanto riguarda l’Italia, le stime attuali concordano nell’indicare un tasso di crescita del 3,4%, superiore sia a quello della Germania e della Francia che di gran parte paesi appartenenti all’Unione Europea. Sembra di poter affermare che tutto va sorprendentemente meglio di quanto previsto, nonostante la guerra, la crisi energetica e l’inflazione.
L’Abruzzo partecipa a pieno titolo a tale ripartenza, facendo registrare una crescita addirittura leggermente superiore alla media nazionale, pari cioè al 3,5%. Tale percentuale, unitamente a quella del 2021 (5,2%), consente alla Regione di recuperare per intero la rilevante perdita dell’8,4% accumulatasi nel corso della devastante pandemia.
Sono essenzialmente tre i motivi che spiegano tale fase espansiva. Il primo è l’imponente immissione di denaro pubblico a favore di famiglie e imprese da parte delle istituzioni regionali e nazionali e in generale della policy al fine di proteggere l’apparato produttivo e la coesione sociale.
Il secondo è l’ottimo andamento della filiera del turismo dopo le restrizioni contro il Covid, a seguito della rinnovata voglia di socialità. Senza considerare il significativo contributo del settore industriale.
Il terzo motivo si ritiene possa riguardare più da vicino le caratteristiche economiche della Regione, nel senso che esiste un pezzo non trascurabile di tessuto imprenditoriale che è riuscito non solo a sopravvivere alla crisi ma a confermare e maturare importanti dosi di competitività. In poche parole, la Regione appare dotata di interessanti potenzialità che tendono ad allontanarla dalla precaria situazione meridionale e che si manifestano per intensità ogni qualvolta il paese dà segnali di ripresa. Un quadro, dunque, incoraggiante ove riferito al periodo post pandemia, che si riflette positivamente sulla dinamica dei consumi delle famiglie abruzzesi, come evidenzia in modo eloquente la tabella pubblicata in alto.
Ma le stime mutano profondamente quando si passa dal 2022 ai due anni successivi. Le prospettive di ripresa si raffreddano in misura consistente. La prosecuzione della guerra, la prolungata interruzione delle forniture di elementi indispensabili alla produzione industriale e, soprattutto, l’esplosione della bolla inflazionistica delineano uno scenario di grande incertezza, che genera insicurezza per i consumi delle famiglie e instabilità per gli investimenti delle imprese. L’aumento dei prezzi, si ripete, non dipende da un eccesso di domanda, come negli Stati Uniti, ma si tratta di un’inflazione importata, ossia derivante dal prezzo dell’energia. Questo corrisponde al vero, ma il problema reale, indipendentemente da dove l’inflazione abbia origine, è che essa si trasmette sui salari e riduce il potere d’acquisto delle famiglie. D’altro canto, il processo inflazionistico viene alimentato da fattori che tendono a intersecarsi. Da un lato l’energia è una componente centrale per la competitività dell’industria abruzzese. L’aumento esponenziale dei prezzi energetici fa innalzare i costi di produzione costringendo le imprese a un aumento dei prezzi dei prodotti.
Dall’altro lato, per le famiglie, il rialzo dell’inflazione contribuisce all’accelerazione dei prezzi dei beni alimentari che spinge ancora più in alto il carrello della spesa (mediamente intorno all’8% per l’Abruzzo). Un carrello composto in gran parte di beni di consumo e, per una parte considerevole di famiglie, di beni essenziali. La conseguenza è intuibile, nel senso che la spesa delle famiglie andrà incontro a una forte cura dimagrante, con un andamento stagnante che oscilla tra lo 0,1% per il 2023 e l’1,3% per il 2024.
In sostanza, si potrebbe affermare che l’economia dell’Abruzzo in fin dei conti cresce ma il potere d’acquisto delle famiglie e delle pensioni diminuisce. Di qui l’alternativa: o aumentare i salari o frenare l’inflazione. E la lotta all’inflazione non è indolore. Implica, come sta avvenendo, un aumento dei tassi di interesse che potrebbe condurre a un irrigidimento del credito alle imprese e a una riduzione del credito alle famiglie consumatrici, così contribuendo a deprimere il tessuto economico.
La conclusione più logica è che l’Abruzzo, indipendentemente dai recenti shock, deve superare i suoi antichi limiti strutturali sia sotto il profilo economico che sociale. Il Pnrr rappresenta uno straordinario strumento per raggiungere l’obiettivo della coesione territoriale e per modernizzare la Regione. Bisogna però fare presto per ridurre il divario tra progettazione e esecuzione perché i tempi diventano sempre più stretti.
* economista

