Cordova: così ho salvato 400 giovani dalla droga

A 25 anni dalla nascita della Laad, il fondatore racconta gli inizi e le battaglie «Lavoravo in banca ma non mi bastava, avevo bisogno di stimoli nuovi»
PESCARA. La Laad festeggia i primi 25 anni di attività. Inaugurata il 15 giugno 1991, la Lega abruzzese antidroga, comunità di recupero fondata da Gianni Cordova, 70 anni, sociologo pescarese di origini siciliane, ha salvato la vita di oltre 400 giovani tossicodipendenti provenienti da tutta Italia, da Canada e Venezuela. Attualmente nella struttura, in viale Bovio 293, sono ospiti una ventina di persone tra i 23 e i 55 anni che ogni giorno lottano per il reinserimento nella vita sociale, anche grazie all’aiuto di tanti operatori, un sociologo, un medico, quattro psicologi, un counselor, un educatore per il recupero scolastico, un operatore socio assistenziale, un infermiere e altri collaboratori, come Andrea, Sara e Mauro, che rendono la comunità un luogo familiare e amico.
Cordova dirige l’associazione con l’aiuto della moglie Vera e della figlia Margherita, in questi giorni impegnati nei preparativi della festa di compleanno della struttura che si svolgerà fra tre mesi nel parco di Villa Sabucchi, di proprietà comunale, che la Laad gestisce da undici anni.
Cordova, quando e come iniziò l'avventura della Laad?
«Era il 1990, una notte sognai una scala. Al risveglio mi ricordai di aver visto nel 1979, quando ero presidente del quartiere 8 Zanni-Santa Filomena, una lunga scalinata all’interno di un edificio di viale Bovio, questo per l’appunto, dove all’epoca c’era un consultorio che restò operativo appena un anno. Poi, il degrado dell’edificio per un decennio. Lo stabile era abbandonato da tempo, così chiesi ai proprietari, la famiglia Muzii, di rilevarlo. Me lo concessero in comodato d’uso gratuito e iniziò questa lunga galoppata. Nel 1999, grazie a Pietro Barberini che ha acquistato l’immobile, abbiamo acquisito altri locali attigui e abbiamo ampliato la sede fino ad arrivare al completamento dell’ala “Il Futuro” che comprende un enorme terrazzo di 500 metri quadrati intitolato allo scultore pescarese Vacre Verrocchio, inaugurati lo scorso anno. In questi spazi saranno ospitati corsi e lezioni per diventare buoni genitori, conferenze e convegni. E stiamo per aprire anche uno studio di produzione che realizzerà cortometraggi di prevenzione destinati alle scuole».
Un’avventura nata casualmente nel 1973, quando lei conobbe Roberto, un giovane tossicodipendente pescarese deceduto anni fa.
«All’epoca lavoravo in banca, ma avevo bisogno di stimoli nuovi. Conobbi Roberto che aveva problemi con la droga, lunghi pomeriggi a chiacchierare con lui per cercare di capirlo. La Laad nacque dentro di me piano piano e lui fu il primo giovane tossicodipendente che seguii. Diciotto anni dopo, nel 1991, fondò la Laad con me».
Lega antidroga "abruzzese", ormai è conosciuta a livello internazionale.
«L’abruzzesità di questa struttura è, non un segno di provincialismo, ma un marchio di fabbrica di qualità. Ecco perché non ho mai voluto cambiare questa denominazione, neppure quando la fama della Laad superò i confini regionali e nazionali».
Accadeva nel 1993, quando arrivò a Pescara il primo ospite da Toronto, Canada, e poi un altro dal Venezuela.
«Si chiama Paolo, figlio di italiani, poi arrivò Leo e poi altri, inviati dalla comunità Vitanova presieduta da Franca Carella, con la quale abbiamo avviato una serie di collaborazioni che mi hanno condotto più volte fino in Canada, per tenere lezioni all’università di York e conferenze in Ontario».
Chi sono i giovani che si rivolgono alla Laad?
«Sono ragazzi come tanti, che hanno bisogno di emozioni sparate ai massimi livelli per sentirsi vivi. Sono vittime e carnefici di se stessi, prigionieri fino alle estreme conseguenze di trappole che altri hanno abilmente progettato e costruito intorno a loro. Quando qualcuno arriva da noi, non mi chiedo perchè questa persona si droga, ma a cosa serve la droga a questa persona. Serve a sostenere una personalità che non regge alle pressioni della vita, un sostegno improprio come il divertimento senza allegria, la necessità di accedere a quote di emozioni sempre più alte a causa di una crisi di valori esistenziali. Il nostro compito è aiutarli a uscire dai propri egoismi, per ricostruire le loro esistenze attraverso l’inferno dei loro vissuti».
Come si svolge la vita quotidiana di questi ragazzi all’interno della comunità?
«A parte le sedute quotidiane con gli operatori sociali per ricostruire la loro identità e un equilibrio interiore che li condurrà a rifarsi una vita una volta usciti di comunità, la permanenza in Laad dura due anni, i nostri ospiti svolgono numerosi compiti anche manuali, cucinano, preparano la tavola,puliscono, fanno giardinaggio, le normali attività di una famiglia. Tre mesi fa abbiamo fondato la “Laad cooperativa di servizi”, attraverso la quale i ragazzi hanno la possibilità di imparare un mestiere, come andare in campagna a cogliere l’ulivo e ricavarne olio senza dimenticare che Villa Sabucchi è rinata grazie ai nostri interventi di sistemazione del parco».
E proprio Villa Sabucchi a giugno sarà palcoscenico dei festeggiamenti per il venticinquennale.
«Metti in circo il tuo amore è lo slogan coniato dalla Laad per interrogarsi sul perché la storia circense non abbia mai registrato casi di tossicodipendenza. Da questo concetto vogliamo partire e dare corpo a una serie di iniziative che stiamo organizzando con il circo Takimiri (in giapponese uomo della fune) fondato da Antonio Taddei, grande funambolo e clown, scomparso anni fa. In questo contesto coinvolgeremo, come sempre facciamo, anche le scuole e le tante associazioni di volontariato con le quali collaboriamo, Anffas, Missione Possibile, Agbe, Ceis, Mensa di San Francesco, Caritas, Telefono Azzurro, Italia Nostra e tante altre. Una delle particolarità della nostra associazione, nel centro cittadino, è il continuo relazionarsi con la popolazione. La comunità svolge una funzione di “portierato sociale”: i giovani vivono in comunità ma naturalmente con l’assistenza degli operatori vivono il territorio cittadino attraverso le tante attività che promuoviamo e sperimentiamo».
A chi ha voluto dedicare il Ciattè D’oro, prestigioso riconoscimento assegnatole lo scorso anno dall’amministrazione comunale?
«Alla mia famiglia d’origine, prima di tutto. Mio padre Arturo e mia madre Concetta, che nel 1934, molti anni prima della mia nascita, arrivarono a Pescara da Catania per costruirsi un futuro. Si trasferirono a Pescara perché mio padre, quando la vide un giorno, disse “Questa è la città dell’accoglienza e del futuro” e il Ciattè d’Oro ha toccato le mie più intime corde. L’ho interpretato come un sigillo dato anche al figlio per il padre, per la mia famiglia che ebbe questa felice intuizione. Questa è la mia città e spero che continui ad essere, nel futuro, città dell’accoglienza. Una città nella quale arrivano tante persone, che cominciano ad amarla e non vogliono più andare via».
Da presidente della Laad e di FederSerD (servizi per le dipendenze di Abruzzo, Molise e Marche) il suo appello alle istituzioni è: non dimenticate mai il mondo del volontariato e il settore delle dipendenze patologiche.
«È un settore che si porta dietro un corteo di dolore, di disastri economici e di spaccature familiari, che foraggia in maniera imponente la malavita. Con Fausto D’Egidio, primario del Servizio pubblico di Pescara e presidente nazionale di FederSerd ci siamo posti l'obiettivo di migliorare una rete di servizi pubblici e del privato sociale e attuare strategie più efficaci di contrasto a questi fenomeni. Chiediamo alle istituzioni di mostrare la massima attenzione verso il mondo del volontariato e dei servizi pubblici perché possa essere combattuta l’oscurità di tante vite rese buie da solitudini ed egoismi».
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