Corea, l’allarme cinese «La guerra è possibile»
I timori di Pechino. La Casa Bianca pensa a raid in caso di nuovi test nucleari La replica di Pyongyang: «Pronti a combattere se gli americani attaccano»
NEW YORK. «Si stanno formando nubi tempestose. La guerra potrebbe scoppiare in ogni momento». Sono parole minacciose quelle scelte dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi per descrivere il clima nella penisola coreana, col timore che le tensioni facciano deflagrare la situazione. Si teme una provocazione da parte del governo di Pyongyang a cui gli Stati Uniti potrebbero rispondere colpendo la Corea del Nord con un missile. Ma Donald Trump simula un’indifferenza addirittura spavalda. È in Florida per le vacanze di Pasqua e ieri ha giocato a golf come se il mondo non fosse col fiato sospeso nel timore di una guerra in estremo Oriente. Preoccupazione particolarmente sentita a Pechino, dove il governo ha addirittura deciso di sospendere i voli commerciali della Air China tra Pechino e Pyongyang da lunedì.
L’ipotesi che il Pentagono reagisca a un’eventuale provocazione è sempre più concreta, alla luce della superbomba sganciata dagli americani in Afghanistan nella notte fra mercoledì e giovedì. L’uso del potentissimo ordigno non nucleare è stato oggetto di discussione durante una conferenza di pace che si è tenuta ieri a Mosca. Presenti Russia, Siria e Iran e altri governi della regione, mentre la Casa Bianca ha declinato l’invito a partecipare all’iniziativa.
«Gli Stati Uniti, la Corea del Sud e la Corea del Nord sono impegnati in un botta e risposta con spade tratte e archi tesi» ha proseguito Wang Yi, invitando tutte le parti a smettere di provocare e minacciare «sia a parole che con i fatti». E ha aggiunto parole allarmanti: «Non spingetevi fino al punto in cuinon è più possibile fare marcia indietro e la situazione scappa di mano».
Trump vorrebbe che fosse Pechino a convincere il regime di Pyongyang a non scherzare con le provocazioni nucleari. Oggi infatti nella capitale nordcoreana si terrà una importantissima parata militare per celebrare l’anniversario della nascita di Kim Ill-Sung, fondatore della repubblica nord-coreana e nonno dell’attuale dittatore. Il governo ha lasciato intendere che potrebbe cogliere questa occasione per condurre un altro test con missile a testata nucleare come quello condotto la scorsa settimana. Immagini satellitari indicano che ci sono preparativi in corso. In particolare è vicino al monte Mantap che è stata rilevata frenetica attività che in passato ha significato che la Corea del Nord stava per effettuare un test nucleare. Se questa fosse la decisione di Kim Jong-un, Trump ha tutte le intenzioni di rispondere. Il presidente americano ha dato ordine al Pentagono di posizionare la portaerei Carl Vinsen nel Mar cinese meridionale, pronta a lasciare missili sulla Corea del Nord alla prima provocazione. «Siamo pronti alla guerra se gli Usa lo scelgono» è la secca replica di Pyongyang.
Il Tycoon fa sul serio. E la cosiddetta “madre di tutte le bombe” fatta esplodere nel nord dell’Afghanistan, nel distretto di Achin, ne è la dimostrazione. È stato un attacco contro i terroristi dello Stato islamico che operano in questa regione del Paese utilizzando un network di tunnel sotterranei. Secondo il portavoce del governo provinciale, Ataullah Khogyani, 82 militanti dell’Is sono morti nella clamorosa esplosione, avvertita a molti chilometri di distanza anche in Pakistan. La superbomba ha anche distrutto tre tunnel ed è questo il motivo per cui i modi e i tempi del bombardamento sembrano indicare un minaccioso avvertimento alla Corea del Nord. Il regime di Kim infatti ha costruito una sofisticato rete di gallerie segrete in cui possono muoversi fino a trentamila soldati nordcoreani. L’impiego della megabomba in Afganistan dunque assume i toni di una minaccia che Trump è pronto a trasformare in realtà senza chiedere l’autorizzazione al Congresso Usa né all’Onu.
La Corea del Nord è un problema grave di cui ci dobbiamo occupare» aveva detto giovedì il Tycoon, precisando di avere fiducia nell’intervento del presidente cinese Xi Jinping. «Ma se non riuscisse ad aiutarci, risolveremo il problema da soli, il che significa con l’appoggio dei nostri alleati». Il rischio di tensioni fuori controllo preoccupa Pechino, ma allarma anche Mosca, che ieri ha ospitato un incontro trilaterale su lotta al terrorismo e crisi siriana a cui hanno preso parte esponenti del governo di Damasco e di Teheran. Nel corso dell’incontro i tre governi hanno condannato l’attacco americano in Siria in risposta al presunto impiego di armi chimiche da parte del regime di Assad. Mosca continua infatti difendere l’operato del presidente siriano. L’attacco Usa è stato «una flagrante violazione della legge internazionale» si legge nel comunicato congiunto, che avverte come ulteriori azioni simili porteranno a «gravi conseguenze non soltanto per la regione ma per la stabilità mondiale». Un avvertimento lanciato contro il governo Trump mentre il Tycoon flette il braccio militare degli Stati Uniti e gioca a golf. Russia, Siria e Iran ribadiscono invece la richiesta di una indagine approfondita sulla strage di Khan Sheykhun sotto l’egida dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.
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